Morire: un verbo, non un sostantivo

Nel 2011 ha avuto inizio la crisi siriana che, pian piano, si è trasformata in una vera e propria guerra che si fa sempre più intensa. Centinaia di persone vengono uccise; sono proprio le persone, i civili, l’obiettivo di questo conflitto che sembra non possa giungere al termine. Urge un processo di pace, poiché un accordo appare una completa utopia non sapendo neppure a chi farlo firmare. Nel frattempo, gente innocente continua a morire sotto lo sguardo disinteressato dell’intero mondo.

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I giorni passano uno dopo l’altro, ogni giorno è simile al precedente. Dopo lunghi preamboli e crucci ho dipinto la mia miserevole situazione, in maniera tanto naturale. Perchè mai non dovrebbe esserlo poi? Solenne culla di arte e cultura, terra dalle mille storie, privata della propria libertà. Non vi è nulla di più straziante che vivere in questo luogo dalle mille sfumature e colori, lontano dagli occhi dell’intero mondo, dove vivere equivale a morire ogni giorno. Abisso nero e profondo, luogo dal quale tutti non vedono l’ora di scappare. Intorno a me il vuoto, al mio fianco un cane. Cammina lentamente, è esausto, come me, come il mio popolo che non ce la fa più.

Siamo protagonisti di uno spettacolo raccapriccciante, lo scenario non è altro che un deserto vuoto, pieno di cadaveri. Ma cosa vale un uomo una volta deturpato della vita? A chi importa? Giace lì, nella sua pozza di sangue e passa del tutto inosservato allo sguardo dell’intero mondo, un mondo che combatte per i propri interessi, qui, in questa culla della morte. E le vittime di questo conflitto d’interessi siamo noi, io e i miei fratelli, i nostri genitori e i nostri nonni, stanchi, stanchi di vivere una vita che non merita di essere vissuta in tali condizioni. La morte è lì, costante, veglia su di noi. Ed ecco che, un giorno, l’intero mondo tace per un minuto, o forse più. Silenzio assordante.

Centotrenta, Parigi. Un numero ed un Paese. Un numero per il quale migliaia di persone provano pena e compassione, un numero di fronte al quale l’intera Europa si indigna. Un Paese che, per la seconda volta, è vittima delle gesta di gente che ha perso il senno, animata dalla “fede”, una fede infetta, che si insedia nella tua mente, come un virus, e se ne prende gioco. Un gioco insano per il quale si è pronti a perdere tutto, e lo si fa, senza pensarci due volte. In questi casi, il tempo per pensare non basta, non ne hai la possibilità. Bisogna seguire la prassi, uccidere il maggior numero di persone possibile, senza preavviso, senza timore. Nulla da perdere, se non la vita. In quei momenti non si prova più nulla, si diventa macchine della morte.

Uno scoppio infrange quel silenzio assordante. Bisogna vendicare quelle centotrenta vittime innocenti, innocenti come me, come il mio popolo, come la Siria. La carneficina diventa sempre più intricata, si espande come una metastasi all’ultimo stadio. Vivo nel terrore, la mia vita è appesa ad un filo, sottile, sul punto di spezzarsi. Mi sento in trappola. L’obiettivo degli scoppi siamo noi, gente senza colpa o colpevole di essere nata in una terra dove la lingua parlata è quella dei fucili, dei bombardamenti e dei tagliagola. Noi siamo l’obiettivo, non il danno collaterale, di una guerra di cui non vogliamo sapere nulla.

Mi chiedo per quale motivo nessuno taccia per il mio popolo, per quale motivo il mondo non taccia per un minuto. La mia mente è un ingorgo di domande mal riposte e di risposte non convinte. Un attimo di quiete, una quiete terrificante, ma pur sempre quiete. Un gruppo di bambini gioca con un vecchio pallone, quasi sgonfio, va buttato, ma i bambini non ci fanno caso. Sembrano felici.

Una donna allatta il suo piccolo. Fonte di vita e speranza, così sereno, è attaccato al seno della madre. Si nutre, non solo del latte materno, ma anche dell’amore e del timore di quest’ultima. Lei porta un velo scuro, come il suo abito, che le fa da cornice; ella è un connubio perfetto di emozioni e sentimenti. E’ giovane, ma i suoi occhi sono anziani. E’ stanca della vita, ma lotterà fino all’ultimo respiro affinchè il piccolo che allatta possa vivere in un paese in cui la lingua parlata non è quella dei tagliagola.

Il cuore ha cominciato a tremarmi in petto, lo sento forte. Sta per succedere l’irreparabile, l’imminente arrivo di un evento che scioglierà per sempre quella quiete così graziosa. Un fischio, quasi un ultrasuono, accompagnato dalle urla strazianti dei bambini che cercano disperatamente il volto delle loro madri. Ma quelle madri non possono nulla, moriranno portandosi dietro un macigno immenso: la morte dei loro piccoli. La morte. Una parola tanto ricorrente. Ormai è morta anche la mia Siria, io vivo tra le macerie e tra sguardi vuoti.        “Vivo” è una parola molto azzardata, ma mi piace pensare che sia così, che in un futuro possa essere così. Un futuro che forse mai riuscirò a vedere.

Ed ecco lo schianto, mai visto prima, mai visto ad una distanza così ravvicinata. Una distanza troppo breve. Il mio corpo viene catapultato via e perdo i sensi. Non voglio svegliarmi, anzi no. Vorrei aprire gli occhi ed avere difficoltà nel distinguere ciò che mi circonda. Allora li strizzerei, come si fa quando ci si sveglia, cercando di mettere a fuoco l’ambiente circostante. Ecco, ci sono. Vedo l’acqua, la sabbia, qualche barca e al mio fianco un cane che salta e scodinzola. E’ felice, e lo sono anch’io. Allora inizio a correre, una corsa libera. Il cane mi segue e mi supera, ad un tratto si ferma presso qualcosa che giace per terra. Lo raggiungo in fretta e quel che vedo mi lascia senza fiato. Un piccolo corpo, giunto sulle coste turche dalla mia terra; ha cercato di superare un mare nero, un abisso, per giungere nella terra dei sogni. Ma non ce l’ha fatta. Non ha conosciuto quel giorno che tanto avrebbe desiderato vivere, ma forse lui conoscerà la compassione dell’intero mondo.

Sento qualcosa di umido leccarmi il volto, mi sveglio. E’ ancora lui, il cane. Ma in questo incubo, cioè realtà, è sdraiato al mio fianco e non si muove. Neanch’io lo faccio, non ci riesco. L’esplosione mi ha quasi tolto la vita, ma non ci è riuscita. Lo scenario intorno a me era completamente cambiato.

Sangue. Ovunque. Cadaveri irriconoscibili. Io ed un cane, il miglior amico dell’uomo. Lo guardo fisso negli occhi, languidi di lacrime, sinceri come quelli di nessuno. Soffre e non sa perchè. Cerca di dare una spiegazione a questa punizione che incombe su di lui fin dal giorno della sua nascita, che non gli ha dato tregua. Tira un ultimo sospiro e chiude gli occhi. Spero trovi la sua pace, lontano dalla pozza di sangue che ci circonda.

Un altro bombardamento, sì, per esseri sicuri di aver dato il colpo di grazia. Anche un solo sopravvissuto, un bambino, un anziano, o un cane dagli occhi languidi, sul punto di morte, potrebbe rivelarsi un pericolo per chi vive nel terrore. Ed eccola lì la morte, stavolta è venuta per me. Ha deciso di portarmi via, una volta per tutte. Non ho ancora ricevuto quelle risposte che tanto, durante la mia breve vita, ho desiderato. Ma ormai non hanno alcuna importanza.

Adesso posso vedere questa culla dall’alto, un tempo bella ed affascinante, adesso cumulo di macerie e morte. E’ vuota. A riempire l’aria ci pensano i bombardamenti.

Continuo a pensare che la mia Siria è e rimarrà una culla di morte, credo che questa guerra non troverà una fine, non ci sarà mai un reale tentativo di pace. Non potrà mai esserci se a pagare le conseguenze di questi insani conflitti d’interesse saranno vittime innocenti, che amano la vita e farebbero di tutto pur di viverla, ma non possono. Essa viene loro strappata con atroce brutalità. Alcuni sono degni dell’attenzione, della compassione, della pena e della rabbia del mondo. Sentimenti leciti, ammirabili, ma io no. Non ho più alcuna dignità per trovarmi al centro dell’attenzione di un mondo incredulo. Ciò che accade qui è normalità.

Le lacrime mi rigano il volto. Morire, un verbo, non un sostantivo. Un azione che implica un soggetto, che muore come me, tra le macerie, lontano da tutti.

di Irene Pisku

 

Ricordo di Ruggero Mantovani: dirigente trotskista e amico fraterno

Il 14 aprile è morto il compagno Ruggero Mantovani, storico dirigente e fondatore del Partito di Alternativa Comunista. E’ morto a soli 52 anni, dopo tre anni di dura malattia contro cui ha combattuto caparbiamente, restando un militante trotskista fino agli ultimi attimi di lucidità. Per commemorare questa importante figura del movimento operaio e comunista, pubblichiamo l’articolo di Francesco Ricci, dell’Esecutivo del Pdac, che ricorda l’importanza avuta da Ruggero nella creazione e costruzione del nostro Partito e le qualità di un compagno che è stato indispensabile in decenni di lotta per la costruzione di un partito rivoluzionario e trotskista.

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di Francesco Ricci

Cercando in queste ore delle foto di Ruggero, nell’archivio del partito, è iniziato inevitabilmente il flusso dei ricordi delle tante battaglie insieme combattute in un quarto di secolo di militanza comune e di amicizia. Mi fa piacere ricordare qui almeno alcuni momenti, ai compagni che hanno avuto la fortuna di conoscerlo, e ai compagni più giovani che hanno iniziato la militanza in quest’ultimo periodo di malattia di Ruggero e quindi lo conoscono principalmente per aver letto qualcuno dei suoi numerosi articoli e saggi sulla storia del marxismo.

 

Un oratore straordinario
Non ricordo l’anno esatto in cui ho conosciuto Ruggero, ma erano i primi anni di Rifondazione Comunista. Ruggero dirigeva la sinistra del partito a Latina e divenne rapidamente uno dei principali dirigenti di quest’area a livello nazionale.
Ricordo vari congressi nazionali di Rifondazione (quando erano ancora un evento, con centinaia di delegati e la stampa) in cui, coordinando organizzativamente l’area, mi dovevo occupare di stilare la lista degli interventi della sinistra del partito che erano stati concordati con la presidenza del congresso in un numero limitato (perché non disturbassimo e perché rimanesse lo spazio sufficiente per le conclusioni da tre ore di Bertinotti). Nel comporre la lista un nome fisso – per tutti indiscusso – era sempre quello di Ruggero: perché con la sua oratoria straordinaria (uno dei migliori oratori che ho conosciuto) sapeva anche nei pochi minuti concessi richiamare l’attenzione di tutta la platea. In un’occasione persino Bertinotti – che, con la nota arroganza, durante i congressi e le riunioni ascoltava distrattamente, sfogliando i giornali – alzò lo sguardo perché Ruggero lo stava attaccando politicamente e, scuotendo la testa contrariato, tuttavia ammise con alcuni di noi che sedevano in presidenza: “comunque è un grande oratore”.

 

Dirigente nella battaglia di frazione nell’Amr Progetto Comunista
Dopo anni di vicissitudini che non è possibile riassumere qui, nel gennaio 2003 una parte della sinistra di Rifondazione costituì l’Associazione marxista-rivoluzionaria Progetto Comunista: di fatto una frazione pubblica di Rifondazione, con propri organismi dirigenti e una propria stampa. Era lo strumento per raccogliere le migliori energie militanti di quel partito e preparare la necessaria costruzione di un altro partito, su basi rivoluzionarie.
Ruggero era chiaramente della partita, come membro del direttivo nazionale di Progetto Comunista di cui a un certo punto assunse la presidenza delle riunioni: proprio nei mesi in cui iniziava una intensa battaglia di frazione interna.
La divergenza in Progetto Comunista era sul tipo di organizzazione da costruire nell’immediato e, di conseguenza, su come sarebbe stato il partito che avremmo strutturato una volta usciti da Rifondazione che, dopo una prima esperienza di governo, si stava preparando al secondo ingresso in un governo imperialista, con Ferrero ministro.
Da una parte c’era la frazione guidata da Ferrando (figura pubblica di Progetto Comunista), dall’altra la nostra frazione (a dirigerla, con me e Ruggero c’erano Fabiana Stefanoni, Alberto Madoglio e altri compagni). Ferrando e Grisolia proponevano una struttura lassa, non centralizzata, federalista, priva di un quadro dirigente reale e in cui spiccasse così la figura di Ferrando come leader-guru. Noi, con Ruggero e la maggioranza dei quadri dirigenti (e tutti i giovani) ritenevamo indispensabile strutturare da subito un embrione di partito di tipo bolscevico: quindi fondato su un programma chiaro, basato sui militanti, teso alla formazione di quadri operai, di giovani, di un gruppo dirigente vero, privo di guru.
Ricordo le interminabili riunioni del direttivo nazionale di Progetto Comunista, a Roma, Ruggero che alternava il ruolo di presidente della riunione e quello di relatore e i suoi interventi erano sempre tra i più efficaci, in grado di demolire le tesi avversarie, basati su una logica implacabile e sull’uso costante di riferimenti alla storia del movimento operaio. In quel dibattito, ovviamente, i testi più citati erano quelli di Lenin contro il menscevismo e in quelle settimane Ruggero girava sempre con in tasca una copia di 
Un passo avanti e due indietro, da cui traeva citazioni appropriate contro la frazione ferrandiana. Fu grazie a questa battaglia che conquistammo la maggioranza assoluta nel direttivo di Progetto Comunista e la maggioranza dei membri della sinistra del partito nel Comitato Politico di Rifondazione: mettendo Ferrando in minoranza.
Tutto questo precipitò poi nella scissione di Progetto Comunista che si consumò in un albergo di Rimini, nel gennaio 2006.
Anche in questo passaggio il ruolo di Ruggero fu essenziale. Con la frazione maggioritaria di Progetto Comunista (che a sua volta dirigeva una sinistra interna a Rifondazione di alcune migliaia di attivisti) dovevamo, nel giro di poche settimane, fare tre scissioni: rompere definitivamente con l’ala ferrandiana di Progetto Comunista; uscire da Rifondazione; e rompere con il Crqi, cioè il coordinamento internazionale di cui Progetto Comunista era parte insieme al Po argentino e a qualche altro gruppo. Il Crqi aveva da poco fatto il proprio primo congresso a Buenos Aires (congresso che poi sarebbe rimasto unico, e il Crqi è ormai un fantasma, privo di organismi persino di pubblicazioni proprie).
Come dicevo, in questo passaggio il ruolo di Ruggero fu insostituibile. Mentre la polemica politica divampava nei tre ambiti (Progetto Comunista, Crqi, Rifondazione) ci trovammo sommersi da una campagna di calunnie diffamatorie orchestrata dalla frazione di Ferrando, che avendo perso la maggioranza di Progetto Comunista (di cui pure era portavoce nazionale), preferì sostituire al confronto politico il vecchio metodo della calunnia. Così bisognava organizzare il congresso di Progetto Comunista di Rimini, di fatto tra due frazioni i cui dirigenti non si rivolgevano la parola. Diversi di noi faticavano a mantenere la necessaria calma. Ma non Ruggero. Ricordo le riunioni della nostra frazione, in cui lui era sempre il più rapido nel trovare la mossa politica più appropriata in ogni circostanza.
E ricordo anche delle lunghe conversazioni telefoniche la sera tardi, in cui ci consultavamo su singoli passaggi da organizzare il giorno dopo. Spesso sentivo in sottofondo, al telefono, un rumore di stoviglie e padelle sfrigolanti: Ruggero si stava preparando una spaghettata notturna, da accompagnare con un bicchiere (o due) di vino. E mentre io facevo fuoco e fiamme per l’indignazione contro la più recente calunnia della frazione avversaria, lui si occupava del fuoco del fornello e scherzava sulla situazione e alla fine della conversazione ci trovavamo non solo ad aver definito la contromossa ma anche a ridere entrambi della pochezza dei nostri avversari e, come notava Ruggero, della grossolana ignoranza del marxismo. Ruggero, che studiava con metodo i classici del marxismo in ogni momento disponibile, nutriva infatti un profondo disprezzo per dirigenti che millantavano una cultura di cui erano privi, che citavano testi che non avevano letto.

 

La nascita del Pdac e l’importanza della formazione di nuovi quadri
Fatte le tre scissioni nel giro di poche settimane, ci trovammo a dirigere il processo che in pochi mesi, dalla primavera del 2006 al gennaio 2007, doveva portarci a fondare il Pdac aderendo contemporaneamente alla Lit-Quarta Internazionale.
Nonostante alcuni gravi problemi familiari, Ruggero fu tra i principali dirigenti anche in tutta questa fase in cui dovevamo affrontare situazioni nuove per molti di noi. Delle tre scissioni che si susseguirono, a breve distanza una dall’altra, delle varie sinistre di Rifondazione, la nostra era quella meno visibile mediaticamente: perché non disponevamo né di deputati eletti (come era il caso dell’ala che poi darà vita a Sinistra Critica), né di deputati mancati (come era il caso del gruppo che poi con Ferrando fonderà il Pcl). Eppure, come mi faceva notare Ruggero negli ultimi tempi, ora Sinistra Critica non esiste più e il Pcl passa di crisi in crisi, non solo per le basi sbagliate su cui ha cercato di costruirsi (e che noi avevamo criticato fin dalla battaglia di frazione in Progetto Comunista) ma anche a causa del suo non far parte di un’organizzazione internazionale. Pensare di costruire un partito in un Paese solo è non meno trotskista che credere al “socialismo in un Paese solo”, commentava Ruggero.
Tornando al Pdac: nella divisione del lavoro nella direzione del partito, Ruggero assunse da subito la responsabilità della formazione dei militanti. Era il suo ruolo naturale perché aveva conoscenze molto grandi e sapeva divulgare senza banalizzare.
Fu lui a ideare la nostra rivista teorica, Trotskismo Oggi, come strumento per formare al marxismo operai e giovani. Fu lui a dirigere tutti i “seminari” annuali che il Pdac organizza ogni anno agli inizi di settembre a Rimini, cui partecipano compagni e compagne da tutta Italia insieme a compagni di altre sezioni della Lit-Quarta Internazionale. Fu lui a pensarli come momenti al contempo di apertura a nuovi contatti e di formazione teorica dei militanti. Finché la malattia glielo ha consentito è stato tra i principali relatori a ognuno di questi seminari e soprattutto per anni a lui è stato affidato l’intervento di chiusura, essendo il migliore oratore tra noi.
Tutti coloro che hanno partecipato a queste assemblee ricordano le sue conclusioni: poteva parlare anche più di un’ora, a braccio, toccando tutti i registri dell’oratoria, non solo riuscendo a tenere in pugno l’attenzione di tutti, ma trascinando la platea, iniettandole forza. Tanto che quando alla fine cantavamo l’Internazionale, a chiusura dei due giorni di assemblea, molti compagni avevano gli occhi lucidi ma tutti uscivano dalla sala con e una combattività moltiplicata.
Era questa una delle grandi capacità di Ruggero: saper trasmettere entusiasmo, passione per la lotta. Non ricordo di averlo mai visto esitante di fronte a una nuova difficoltà. Al contrario: quando c’era qualche problema, qualche situazione difficile da affrontare nella costruzione del partito, qualche dirigente che, come accade con regolarità da sempre, cerca una via di fuga opportunista, cede alle pressioni fortissime che questa società esercita su ognuno di noi, era sempre l’intervento di Ruggero a rincuorarci tutti: la citazione di un classico, accompagnata magari da una battuta che alleggeriva il clima.
Non so come ma riusciva a fare tutto questo anche nell’ultimo periodo, nonostante i dolori atroci per la malattia.
La questione della formazione, come dicevo, era per lui centrale. Con le sue relazioni in questi anni, in seminari nazionali e locali, con i suoi saggi di approfondimento del marxismo, con gli articoli che ha scritto a decine per il nostro giornale, per il sito web del Pdac e che spesso sono stati tradotti in altre lingue per il sito della Lit-Quarta Internazionale, con tutto questo lavoro generoso e straordinario Ruggero ha contribuito a formare tanti compagni. E, come sa chi lo ha conosciuto, non faceva mai pesare la sua grande preparazione teorica, non metteva mai a disagio i compagni meno preparati, più giovani. Al contrario: la conclusione di ogni seminario o riunione era sempre il momento in cui si formavano capannelli attorno a Ruggero che alternava battute, aneddoti, talvolta anche imitazioni di qualche nostro avversario. Si rideva fino alle lacrime, per poi tornare seri ad occuparsi delle successive battaglie.

 

Un avvocato atipico, sempre in mezzo agli operai
Ruggero faceva l’avvocato, impegnato in cause del lavoro. Ma era quanto di più lontano ci sia dalla media degli avvocati (anche di sinistra), era lontano anni luce da quell’ambiente piccolo-borghese che spesso corrompe anche rivoluzionari o presunti tali.
Ci raccontava una volta di come in tribunale, un giudice nuovo che non lo conosceva, lo avesse scambiato per l’imputato, a causa del suo abbigliamento, la coda di capelli, l’orecchino. E Ruggero imitava questo giudice che si rivolgeva all’imputato che, in giacca e cravatta, pareva l’avvocato.
Lui, che con le sue doti oratorie e le sue capacità, avrebbe potuto come tanti fare una carriera, aveva scelto di mettere le sue competenze professionali al servizio della classe operaia. Così anche quando svolgeva la sua professione, continuava in realtà la militanza politica, lavorando con onorari bassissimi, spesso gratuitamente.
Ho qui davanti le foto di grandi assemblee operaie a Latina, di cortei con centinaia di lavoratori, e Ruggero alla testa del corteo che parla nel microfono. Fu anni fa fondatore e anima del comitato di lotta degli operai della Good Year; ed è stato sempre lui a fondare e dirigere il Comitato dei lavoratori contro l’amianto.

 

Lottando fino all’ultimo
Riguardo ancora le foto: ci sono decine di altri momenti con Ruggero. Infiniti cortei nazionali a Roma: in genere Ruggero guidava il nostro spezzone, lanciando gli slogan, improvvisando comizi.
Innumerevoli assemblee, seminari, scuole di formazione.
Nel maggio dell’anno scorso, già gravemente malato, volle partecipare al IV Congresso nazionale del Pdac. A causa della sua malattia, che lo costringeva a lunghi periodi in ospedale, da tempo non poteva seguire costantemente il nostro dibattito. Eppure non solo si orientò subito ma, come sempre, fece alcuni interventi che orientarono tutta la discussione e l’elaborazione del partito. Nei giorni precedenti, pur dilaniato dal dolore, aveva meticolosamente preparato gli appunti per il congresso.
Non posso dimenticare come ascoltava con attenzione gli interventi dei compagni più giovani, e come sorrideva soddisfatto nel vedere nuovi compagni impegnati nella costruzione di quel partito che tanto gli deve e che Ruggero poneva sempre al centro di ogni battaglia. Non perché il partito sia un fine in sé: ma perché senza partito rivoluzionario, trotskista, internazionalista, non è possibile fare la rivoluzione. Quella rivoluzione socialista a cui Ruggero ha dedicato anche gli ultimi giorni della sua vita, continuando a studiare Lenin e Trotsky, dettando alla sua compagna (perché nelle ultime settimane aveva difficoltà nel muovere la mano) quello straordinario saggio su Gramsci che abbiamo pubblicato solo pochi giorni fa sul nostro sito; mentre già preparava altri saggi, per aiutare nuovi compagni a formarsi.

 La lotta continua

La nostra battaglia continua, senza più l’aiuto di Ruggero e quindi con più difficoltà, ma continua con nuovi compagni giovani che Ruggero ha contribuito a formare non solo dal punto di vista della teoria ma anche della pratica, della capacità di essere combattenti per il socialismo, di non lasciarsi corrompere dalle vuote lusinghe di questa società. Ruggero ha saputo fare tutto questo senza mai perdere la voglia di fare dell’ironia e dell’autoironia, di bere un buon vino con i compagni alla fine di giornate pesanti di congressi o seminari, scherzando e sdrammatizzando ogni situazione, facendoci vedere un lato divertente anche nei momenti più tesi.

Al suo funerale, come hanno riferito molte testate giornalistiche, hanno partecipato centinaia di compagni e compagne, attivisti sindacali, militanti politici e soprattutto tanti operai.
Nella bara, come da sua richiesta, è stata messa la bandiera di Alternativa Comunista, sezione italiana della Lit-Quarta Internazionale. E una copia di un libro di Trotsky a cui era particolarmente affezionato:
La loro morale e la nostra, il libro in cui il grande rivoluzionario russo difende, contro la dittatura della borghesia e la morale ipocrita di questa società, la dittatura del proletariato e la morale rivoluzionaria. Quella morale rivoluzionaria che ha ispirato tutta la vita di Ruggero, dirigente trotskista, amico fraterno.

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“Stato e Rivoluzione” storia e analisi di un testo fondamentale

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L’argomento di questo articolo è la trattazione di uno dei testi fondamentali del marxismo, un testo di grande attualità e di esaustiva chiarezza, scritto da uno dei più grandi rivoluzionari che il movimento operaio abbia mai avuto: Stato e Rivoluzione di Vladimir Lenin. Libro che ha contribuito alla formazione di numerosi quadri rivoluzionari, e che la borghesia con la sua teoria del “fallimento del Socialismo” , ha insabbiato e gettato nel dimenticatoio rendendolo sconosciuto ai più, specie alle nuove generazioni. Con questo articolo si vuole quindi ribadire la potenza e l’importanza di questo testo, breve ma fondamentale per la crescita di ogni rivoluzionario.

La genesi e l’evoluzione

La ragione che spinse Lenin a scrivere sulla concezione marxista dello Stato e i compiti del proletariato non è casuale. Lenin non scrive per vocazione accademica o illustrativa, ma con un preciso fine rivoluzionario. L’avvento di quell’abominevole massacro che fu la Prima Guerra Mondiale, l’adesione ed il sostegno alla guerra da parte dei più importanti dirigenti socialisti della II Internazionale e l’assunzione di proporzioni ancora più mostruose dello sfruttamento delle masse lavoratrici da parte dello Stato sempre più unito con le associazioni dei capitalisti, diedero origine a numerosi interrogativi. Davanti a simili avvenimenti, di tale gravità, come si sarebbe dovuto comportare il proletariato? Quali scopi avrebbe dovuto prefiggersi di raggiungere? Come si sarebbe relazionato in vista di un’eventuale presa del potere?

Al fine quindi di fare chiarezza su questi e molti altri punti fondamentali, nella seconda metà del 1916 Lenin iniziò uno studio molto accurato ed approfondito sulla concezione marxista dello Stato. Dall’inizio dell’autunno del 1916 al gennaio del 1917, Lenin passò la maggior parte del suo tempo nella biblioteca di Zurigo, immerso nella lettura di libri fondamentali di Marx ed Engels, cercando di visionarne il maggior numero possibile. Il lavoro che ne nacque fu una versione abbozzata di Stato e Rivoluzione, un libro contenente tutti gli appunti sulle teorie di Marx, Engels, Kautsky, Pannekoek e Bernstein, con osservazioni critiche e conclusioni. In una lettera alla compagna Alessandra Kollontaj, datata 4 febbraio 1917, parlando del lavoro, Lenin informa di essere quasi giunto al termine del reperimento delle informazioni. Al momento del ritorno in Russia nell’aprile del 1917, temendo l’arresto, Lenin decise di lasciare il manoscritto in custodia all’estero. Con il susseguirsi degli avvenimenti e con la crescita delle mobilitazioni, Lenin capisce che la questione della presa del potere si è fatta più importante che mai e tornato in possesso dei suoi appunti, inizia la stesura definitiva del libro. Lenin era convinto di ultimarlo e pubblicarlo nello stesso anno, ma gli eventi rivoluzionari e la guida del partito glielo impedirono. Poco dopo la presa del potere da parte dei bolscevichi, guidati da lui stesso e da Trotsky, potè tornare alla lavorazione e al completamento del libro. Nel maggio del 1918 fu quindi pubblicato con il titolo Stato e Rivoluzione: La dottrina marxista dello Stato e i compiti del proletariato nella rivoluzione, con una tiratura di 30.700 copie, le quali si esaurirono nel giro di poco tempo necessitando l’anno successivo della stampa di una nuova edizione.

L’analisi e il contenuto

Dopo questa doverosa parentesi storica, passiamo all’analisi dell’opera e del suo contenuto. Contando anche la prefazione, l’opera si costituisce di sole 137 pagine divise in sei capitoli. In ognuno di questi Lenin, con estrema accuratezza e grande conoscenza nonché con uno stile efficace, chiaro e lineare, enuncia la reale visione marxista sullo Stato e sul ruolo rivoluzionario del proletariato, oltre a decostruire con abilità le teorie avverse. Nel primo capitolo, “La società classista e lo Stato” , Lenin ci mostra la nascita ed evoluzione dello Stato come macchina aberrante di dominio nata sulla base degli interessi di classe. Nel secondo capitolo, “Lo Stato e la rivoluzione. L’esperienza del 1848-1851”, Lenin tratta le rivoluzioni del 1848, i loro esiti , i commenti di Marx e di Engels e la concezione della dittatura del proletariato. Fondamentale contro ogni tipo di deformazione storica è il terzo capitolo: “Lo Stato e la rivoluzione. L’esperienza della Comune di Parigi (1871). L’analisi di Marx”. Ancora una volta riprendendo Marx , si mostra cosa realmente fu l’esperienza della Comune e gli insegnamenti che se ne possono trarre. Gli errori, le sue lezioni, l’indebita appropriazione da parte degli anarchici e delle loro teorie controrivoluzionarie, la critica al parlamentarismo e il problema di sostituire la macchina statale spezzata. Di non meno importanza è il quarto capitolo: “Seguito. Le spiegazioni complementari di Engels”. Riprendendo gli ottimi e preziosi studi di Friederich Engels, Lenin decostruisce completamente le teorie anarchiche e riformiste, mostrandole qui nella loro completa inettitudine e ribadendo l’analisi e le conclusioni di Marx. Di natura ben diversa è il capitolo quinto, “Le basi economiche per l’estinzione dello Stato”, nel quale Lenin espone i processi economico-politici di gestione della nuova società socialista, il modo di conseguire il raggiungimento della società comunista fino all’esito finale di completa estinzione della macchina statale. Ultimo, ma non per importanza, è il sesto capitolo: “La degradazione del marxismo negli opportunisti”. Lenin difende l’integrità del marxismo contro i rinnegati Bernstein e Kautsky, il loro accogliere le teorie riformiste opportuniste e scioviniste e la necessità di una strenua difesa del marxismo a partire da Marx ed Engels. L’ultimo capitolo mette ancora più in risalto la grandezza di Lenin. Per tutto il libro, oltre a muoversi in perfette argomentazioni e spiegazioni, decostruisce con grande acutezza tutte le teorie anarchiche, riformiste e scioviniste mostrandole per quello che in realtà sono. In conclusione, siamo di fronte a un testo fondamentale, libro importantissimo del marxismo , troppo “affilato” per riformisti , anarchici e autonomi. Un libro che deve essere assolutamente riscoperto per la formazione di nuovi militanti rivoluzionari realmente impegnati nel lavoro di emancipazione della classe proletaria.

Alberto Cella

Diego Fusaro: il crocevia delle deviazioni dal Marxismo; un infimo avversario di Classe

In questi ultimi anni, con esortazioni all’uscita dall’Europa imperialista, sagaci analisi della putrefazione del capitalismo anni duemila (“capitalismo assoluto”), acute invettive contro l’inglese come lingua universale e contro l’utero in affitto, Diego Fusaro è sicuramente uno degli intellettuali più in voga, uno degli ultimi filosofi ad avere ancora qualche spazio nei media di ampio lancio. Tra grintosi attacchi contro il finanz-capitalismo e pericolosi ammiccamenti a Lega e Cinque Stelle, Fusaro è costantemente in giro a promuovere le proprie opere, passando da locazioni impervie nelle province italiane a Harvard, oltre ad assommare varie partecipazioni televisive (tra cui una durevole sinergia con “Piazza pulita” di La7) e parecchi articoli su giornali e spazi web (Huffington Post e Il fatto quotidiano i più frequentati) : un successo meritato – grazie ad un’avvincente capacità retorica e un ottimo talento logico-persuasivo -, ma anche utile a questo momento del dibattito politico in Italia. Non è infatti mistero che il torinese raccatti proseliti un po’ ovunque, sia nei meandri della destra tradizionalista sia entro quella sinistra che, orfana di una dignitosa teoria rivoluzionaria, avversa il PD e non trova riferimento nella svagata accozzaglia di posizioni fra Sel, Rifondazione, centri sociali e simili.

Ma Fusaro è marxista?

Fusaro è sicuramente coraggioso: non esita a definirsi “marxista”, un termine obliato nel discorso comune e stigmatizzato dalla stampa borghese. Tuttavia, come vedremo, alterna osservazioni proprie del marxismo più intelligente a posizioni che davvero con la storia del marxismo (il marxismo, il leninismo, il trotskismo) non c’entrano nulla. Proprio perciò, è un avversario rischioso: giacchè, a un lessico radicalmente altisonante, corrispondono le più vetuste, dannose e inutili posizioni riformiste.

Ovviamente, l’errore fusariano è strategico e, come spesso accade, nasce dal trascurare certe lezioni storiche, dimenticare – volontariamente o involontariamente – alcuni principi cardine del marxismo. Fusaro è dunque un “allievo di Marx”, come si autoproclama? No, e spiegheremo il perché dividendo i suoi errori in categorie.

L’errore originario di un filosofo marxista senza marxismo

Dopo avere conosciuto bene il filosofo in questione, in particolare le sue opere, ma anche il suo retroterra culturale ed averci anche collaborato (reputo infatti Fusaro un intellettuale seriamente rispettabile, e pure difendibile molte volte), è apparso l’errore originario di Diego Fusaro, ovvero ciò che lo distacca in modo ineccepibile dal marxismo e lo rende insomma inefficace e sterile. Un errore impensabile per chi si dichiara marxista, ma così evidente da ingannare l’osservatore che, ritenendo quella concezione scontata, non si accorge di quale sia il valore della sua omissione.

Ossia: il marxista Diego Fusaro non riconosce come soggetto rivoluzionario il proletariato, inteso come la classe sociale sfruttata. Seppure pare si batta in sua difesa, combattendo a parole un capitalismo spietato proprio con gli oppressi, seppure contesti costantemente la classe dominante (che, tuttavia, secondo lui non è la borghesia…) , non usa una parola dei suoi tanti post di Facebook per affermare che le speranze redentrici dell’umanità stanno nel proletariato, che il soggetto della rivoluzione anticapitalista è il proletariato, che la sua filosofia vuole portare al potere il proletariato. L’unico video (fra le centinaia in cui appare) in cui sfiora la constatazione – tanto elementare per un marxista – è uno in cui teorizza la necessità di un’alleanza rivoluzionaria fra umanità pensante e umanità sofferente, quasi come se la seconda fosse mezzo della prima e non la prima fosse a servizio della seconda.

Ma come mai tale dimenticanza? Semplicemente, Fusaro non la pensa così, in barba al caro vecchio Marx, ormai ridotto a spirito da evocare nel momento del bisogno di legittimazione.

Il giovane preferisce richiamarsi a Preve, il suo padre formatore, secondo cui «La classe salariata, operaia e proletaria non è e non sarà mai una classe strategicamente rivoluzionaria».

Capiamo dunque tutta la discrepanza con la filosofia di Marx, Engels e Lenin.

Una discrepanza sottolineata pure dal fatto che, nonostante si richiami insistentemente alla “filosofia della prassi”, come ravvisa giustamente Raffaele Alberto Ventura su minimaetmoralia.it, “Tutto questo, tuttavia, senza mai definire chiaramente le caratteristiche del suo progetto politico radicale”, a parte un richiamo alla fondazione di un Fronte nazionale italiano fortemente ammiccante a Le Pen e soci.

E infatti, l’affermazione conseguente del Nostro è tale: “oggi la rivoluzione passa dagli stati nazionali, non dalla classe internazionale”.

Dall’internazionalismo proletario alla geopolitica borghese

Ecco qui che Fusaro rigetta quello che è storicamente il motto dei comunisti: “proletari di tutto il mondo, unitevi!”. Ciò che fa il torinese è passare molto semplicemente dall’internazionalismo del proletariato – che non può considerare in quanto non ritiene la classe lavoratrice soggetto rivoluzionario – alla geopolitica borghese, giungendo a difendere – sempre “criticamente” – i governi borghesi ed autoritari di tutto il mondo, i quali apparentemente rappresentino un’alternativa all’imperialismo occidentale.

Quindi, nel migliore dei casi, quello di Fusaro è un ricorso ad una visione geopolitica borghese tipica dei rossobruni di Millennium e degna del miglior stalinista: non la sconfitta del capitalismo (con la classe a cui appartiene) , ma un capitalismo multipolare è ciò che egli auspica.

Nel migliore dei casi…: infatti, anche la visione geopolitica fusariana si rivela parecchio ristretta, visto che appoggia come avversario della NATO un Putin che fa accordi economici di qualsiasi forgia con l’Unione Europea; ma, d’altro canto, è questo ciò che accade ai pensatori quando dimenticano la centralità rivoluzionaria del soggetto oppresso: una confusione affannosa alla ricerca di caduchi riferimenti politici, che cambiano al ritmo delle stagioni.

Un intellettualismo passivo e una politica priva di mezzi

E’ così che, al contempo contestando (giustamente) la sinistra riformista italiana ed europea e cercando improbabili appigli in vari governi non completamente agganciati all’imperialismo occidentale, Fusaro si ritrova a maneggiare vane teorie, prive di un riscontro pratico reale, prive di un progetto politico conseguente.

In barba alla filosofia della prassi da lui tanto caldeggiata, si ritrova – per sua stessa ammissione – come “un socialista senza partito”: in parole povere, un intellettuale passivo, commentatore talvolta ingenuo, talvolta sagace delle vicende storiche. Per riprendere la metafora, da lui spesso utilizzata, degli intellettuali come “critica conservativa”, come osservatori dall’alto del Grand Hotel Abisso (immagine di Lukàcs), Fusaro si riduce – attraverso questi errori – a uno squallido osservatore dall’alto dell’abisso: si indigna, contesta, ma

poi si rintana nella sua camera lussuosa: è lo stesso Fusaro la “critica conservativa” evocata da Fusaro, quella che critica, ma non propone nessun progetto nobilitante.

E’ quindi un abbandono totale del marxismo, della lotta come metodo e della rivoluzione come soluzione: è una presa di posizione – ingenua (o no?) – contro la classe oppressa, che però – caro Diego – non sarà mai derubata del suo ruolo di soggetto potenzialmente rivoluzionario.

Giorgio Viganò

Brasile: ascesa delle lotte studentesche

downloadIl movimento studentesco brasiliano ha conosciuto in questi ultimi tempi una notevole ascesa e una radicalizzazione improvvisa che ha messo alle strette i governi locali e quello centrale di Dilma Roussef.

Quest’ultima all’avvio del suo secondo mandato definiva il suo “un governo dell’educazione” sostenendo addirittura di voler consegnare i profitti del petrolio all’istruzione (1). Promessa che già due mesi dopo è stata disattesa dal governo, che con un provvedimento tagliava fondi all’istruzione cancellando 7 miliardi di dollari brasiliani, fondi che sarebbero stati utili a costruire basi per un’istruzione pubblica e di qualità in tutto il paese e che il movimento di lavoratori e studenti – in cui il Pstu e la sezione giovanile del sindacato di classe Anel hanno un ruolo centrale – reclamavano e difendevano per la costruzione di un sistema scolastico accessibile e dignitoso per tutti.

La minaccia del governo Alckmin e la risposta del movimento studentesco

E’ proprio il governo federale di San Paolo, capeggiato da Geraldo Alckmin e dal suo Partito della socialdemocrazia brasiliana, a mettere in campo una proposta la cui attualizzazione avrebbe chiuso circa novanta scuole in tutto il territorio di San Paolo. Gli studenti hanno dato vita a un’eccezionale lotta contro il provvedimento e contro il governo locale e nazionale. Duecento occupazioni hanno difeso gli istituti reclamando la gestione pubblica sotto il controllo dei lavoratori e degli studenti. Più volte la repressione della polizia militare è stata respinta con coraggio dagli studenti medi i quali hanno proseguito la battaglia fino al cedimento del governo Alckmin: il governatore ha deciso di non rimettere in discussione la proposta di chiusura fino al 2017. Questo accadeva lo scorso 6 dicembre.

La lotta degli studenti, sul piano della mobilitazione, ha conosciuto una radicalizzazione e un’autocoscienza tali da isolare le provocazioni di gruppi violenti che si sono inseriti nella protesta in diversi episodi. Questo ha permesso di evitare la normale e consueta strategia che permette di criminalizzare attraverso l’uso mediatico della violenza di piazza l’intero movimento e di portare quest’ultimo nelle secche della fiacchezza determinata dalla repressione e dalla mancata conquista di obiettivi immediati – strategia ben conosciuta da tutti i militanti e attivisti italiani. Questo aspetto è centrale se si intende il processo di mobilitazioni e assemblee come motore reale del movimento e non lo si inquadra in un fenomeno estetico.

Tutto questo si inserisce nel più generale quadro della crisi economica del paese, crisi che viene puntualmente scaricata sulle spalle di lavoratori e studenti, e in misura ancora maggiore sulle fasce deboli della società (si pensi a minoranze etniche e sessuali pesantemente emarginate e sfruttate, e al problema delle periferie) attraverso misure che prevedono tagli e privatizzazioni in quel Brasile che ha conosciuto negli ultimi anni un notevole sviluppo produttivo e la cui borghesia si ricava un posto a sedere nei salotti buoni dell’economia.

La coraggiosa battaglia per l’istruzione pubblica e la conquista di una prima vittoria si deve incrociare alle lotte dei lavoratori e alle lotte più generali per la conquista di diritti sociali e politici che stanno infiammando il Brasile da diverso tempo.

Un piano di rivendicazioni rivoluzionarie per l’istruzione pubblica

La gioventù del Pstu e Anel hanno prodotto un preciso piano di rivendicazioni in tema di gestione e democrazia in direzione delle quali si dirige un ampio settore del movimento. In merito alla scuola si sostiene che “la sua amministrazione, in merito alle risorse finanziarie, dovrà essere esercitata da un consiglio paritetico formato per regione, da studenti e docenti, con la massima libertà di organizzazione ed espressione, con saperi liberi e autonomi in relazione ai governi e alle direzioni scolastiche”(2). Si rivendica la gestione pubblica dell’istruzione che permette di produrre saperi liberi dalle esigenze del mercato che spingono verso la privatizzazione del sistema scolastico. Di conseguenza le rivendicazioni studentesche contengono la necessità di legarsi alla prospettiva del rovesciamento del governo e della creazione per via rivoluzionaria di un governo dei lavoratori e per i lavoratori e gli studenti. “La difesa della scuola pubblica di qualità per i giovani e i lavoratori sarà una lotta contro i gruppi capitalistici e i governi che privatizzano l’istruzione”(3). E’ chiaro che questa ascesa del movimento si mescola e si incrocia alle numerose lotte, agli scioperi degli operai e del pubblico impiego, alle manifestazioni contro il governo Dilma, agli scioperi generali diffusi, e si fa spazio nella prospettiva rivoluzionaria e anticapitalistica.

Lotta dura al governo Dilma! Istruzione pubblica e di qualità!

Note

1)http://it.ibtimes.com/brasile-decisione-storica-del-governo-tutti-i-soldi-del-petrolio-andranno-alleducazione-1324722

2) http://www.pstu.org.br/node/21850

3) Ivi

di Riccardo Stefano D’Ercole

Contro la Buona Scuola: continuare le protesta! 


Bloccare la contro-riforma del Pd e di tutti i governi della borghesia

La battaglia contro la riforma scolastica, entrata in vigore il 16 luglio 2015 (e quindi in tempo per essere applicata nell’anno scolastico in corso), rappresenta uno dei fronti più incisivi della lotta contro le politiche di austerità che il governo Pd sta attuando contro i lavoratori, in pieno accordo con le direttive dell’Unione europea (nonostante il premier faccia finta di litigare con Junker e Weber). L’aziendalizzazione della Scuola, che con la riforma Renzi-Giannini raggiunge i livelli che il Capitale sperava da anni, smantellando i diritti conquistati da anni di lotte, scontenta alunni e professori e da settembre, oltre che a partecipate manifestazioni di protesta, in tutta Italia abbiamo esempi di scuole superiori occupate. Quest’articolo non è dedicato a presentare tutti gli elementi che fanno della “Buona scuola” un ottimo piano per lucrare sull’istruzione, dato che l’argomento è stato già ampiamente trattato nel nostro sito e in precedenti numeri di Progetto comunista, ma facciamo una breve sintesi di come gli studenti hanno risposto alla mannaia del governo per poi ribadire la nostra posizione in merito.

buona_scuola_boccManifestazioni ed occupazioni

Ovviamente sono stati i primi due mesi dell’anno scolastico ad essere stati i più caldi, iniziando con la manifestazione del 9 ottobre che nelle piazze delle più grandi città italiane ha visto la presenza di migliaia di studenti nei cortei. Poi le occupazioni: a Palermo, Napoli, Roma e Milano su tutte gli studenti hanno preso e autogestito molti istituti superiori. La risposta delle istituzioni è stata immediata, la stampa e le autorità hanno iniziato a tacciare la protesta di illegalità e i presidi (che con questa riforma ottengono maggiori vantaggi) hanno richiesto l’intervento delle forze dell’ordine (riuscendo a sgomberare alcune scuole) e mandato lettere ai genitori dei ragazzi per intimarli ad abbandonare la contestazione. Il 17 novembre c’è stata l’ultima grande manifestazione in tutta Italia. Nonostante, poi, la lotta abbia iniziato a scemare in alcune città, altri fronti si sono sorprendentemente aperti come l’occupazione a dicembre dell’Ainis di Messina, di alcune scuole di Bari, del Da Vinci di Salerno e dei licei Gramsci e Edison-Volta di Mestre.

Questi sono alcuni degli esempi da prendere in considerazione per la grande forza di volontà degli studenti che remano contro ondate di repressione e una continua propagandistica campagna mediatica che tenta di presentare la riforma in termini di “riqualificazione degli edifici scolastici”, “stabilità dei docenti”, “sana meritocrazia” ecc…

Lotta ad oltranza contro il Capitalismo

La “Buona scuola” di Renzi esplicita il completo asservimento del governo nei confronti della borghesia, l’entrata dei capitali privati nell’istruzione pubblica, oltre che essere una garanzia di profitto per i padroni, ha gravi ripercussioni sulla qualità e le modalità di insegnamento, gli studenti e i docenti avvertono questo disagio e, seppur in molti casi non formulino una prospettiva di classe, rispondono a questi attacchi. I Giovani comunisti rivoluzionari hanno da sempre appoggiato la lotta contro la riforma portando nelle piazze parole d’ordine anti-capitaliste quali il ritiro di tutte le controriforme della scuola, il reintegro di tutti i lavoratori licenziati in questi anni (docenti e personale Ata), la stabilizzazione di tutti i contratti; il ritiro di tutti i finanziamenti alle scuole private e di tutti i fondi stanziati per le Grandi opere e per le missioni di guerra e per destinarli ad un grande Piano di edilizia scolastica; l’estensione degli spazi democratici dentro le scuole e la costituzione di comitati paritetici docenti-studenti per l’elaborazione del piano di offerta formativa; l’eliminazione dei test Invalsi e qualunque forma di valutazione meramente numerica e nozionistica; il ritiro di tutte le misure repressive contro le lotte; la costituzione di un Reddito studentesco che preveda il comodato d’uso dei libri di testo e il libero e gratuito accesso a mense, trasporti e luoghi di cultura.

Questo programma minimo che proponiamo è sicuramente la prospettiva più avanzata che si possa avere della lotta in questo campo. Tuttavia riteniamo anche questo traguardo provvisorio, finché i lavoratori non avranno preso i mezzi economici, ogni traguardo è un traguardo provvisorio (come la storia ha più volte dimostrato) in quanto i padroni, coi loro governi, saranno pronti a riprendere le briciole cha hanno concesso per paura di perdere tutto.

La lotta della scuola si estenda nei luoghi di lavoro, per l’unità delle lotte e per il Socialismo.

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Gli assassini di Giulio e i loro complici

giulio

Giulio Regeni non è morto in un incidente o colpito da rapinatori, come inizialmente il governo egiziano voleva far credere. Come tutte le più serie inchieste giornalistiche stanno dimostrando, è stato arrestato e ucciso dagli apparati repressivi della dittatura militare egiziana del generale al-Sisi.

Probabilmente i suoi assassini pensavano che Giulio potesse avere informazioni sugli attivisti, per cui simpatizzava, che continuano la lotta per la rivoluzione egiziana, battendosi contro il regime dei generali.
Non sappiamo ancora quale organo repressivo abbia torturato Giulio per ore, rompendogli le ossa e infine spaccandogli il collo. Non sappiamo nemmeno chi abbia dato l’ordine: se sia venuto dall’alto o, più probabilmente, se sia stato il prodotto dello zelo di qualche ufficiale di quelle bande armate che difendono lo Stato egiziano e, con esso, gli interessi dell’imperialismo, delle multinazionali.
Sappiamo però altre cose. Sappiamo che sono migliaia le vittime del regime: giovani arrestati, torturati, fatti sparire nel silenzio. Sappiamo che ciò non è dovuto, come scrive qualche giornale, ad apparati “deviati”: ma appunto al “normale” lavoro con cui lo Stato egiziano si difende dagli operai, dai sindacalisti, dai giovani che lottano.
Ma sappiamo anche qualcosa in più. Sappiamo che la responsabilità per l’assassinio di Giulio non ricade solo sull’atroce regime egiziano. Complice è il governo Renzi, il cui ministro degli Esteri Gentiloni dichiara proprio in queste ore che “l’Egitto è un nostro partner strategico”. Alludendo agli affari che la borghesia imperialista italiana fa in tutto il Nord Africa e Medio Oriente. Affari difesi dalle missioni militari (o di polizia) che il governo sostiene in tanti Paesi e che in vari casi continua ad incrementare, come è il caso dell’Irak, dove l’Italia è il secondo esercito occupante, dopo gli Usa, e dove il governo Renzi sta inviando altre truppe.
I complici dell’assassinio di Giulio sono i governi imperialisti che armano e sostengono il regime per opprimere le masse egiziane e saccheggiare le enormi risorse naturali di quel Paese.
Per questo la vera giustizia per Giulio non potrà che venire dallo sviluppo delle mobilitazioni operaie e studentesche in Egitto, che continuano in questi mesi, pur nel silenzio della stampa internazionale, e che stanno producendo una nuova ondata di scioperi operai nella regione industriale di El-Mahalla, nella zona del Canale di Suez, e in altre parti del Paese. E giustizia verrà dalla lotta che sapremo condurre noi che viviamo nei Paesi imperialisti, contro i governi – come quello Renzi – che rapinano l’Egitto, l’Irak, la Libia e oggi versano lacrime di coccodrillo per la morte di Giulio, un ragazzo morto perché credeva in un mondo migliore.