Diego Fusaro: il crocevia delle deviazioni dal Marxismo; un infimo avversario di Classe

In questi ultimi anni, con esortazioni all’uscita dall’Europa imperialista, sagaci analisi della putrefazione del capitalismo anni duemila (“capitalismo assoluto”), acute invettive contro l’inglese come lingua universale e contro l’utero in affitto, Diego Fusaro è sicuramente uno degli intellettuali più in voga, uno degli ultimi filosofi ad avere ancora qualche spazio nei media di ampio lancio. Tra grintosi attacchi contro il finanz-capitalismo e pericolosi ammiccamenti a Lega e Cinque Stelle, Fusaro è costantemente in giro a promuovere le proprie opere, passando da locazioni impervie nelle province italiane a Harvard, oltre ad assommare varie partecipazioni televisive (tra cui una durevole sinergia con “Piazza pulita” di La7) e parecchi articoli su giornali e spazi web (Huffington Post e Il fatto quotidiano i più frequentati) : un successo meritato – grazie ad un’avvincente capacità retorica e un ottimo talento logico-persuasivo -, ma anche utile a questo momento del dibattito politico in Italia. Non è infatti mistero che il torinese raccatti proseliti un po’ ovunque, sia nei meandri della destra tradizionalista sia entro quella sinistra che, orfana di una dignitosa teoria rivoluzionaria, avversa il PD e non trova riferimento nella svagata accozzaglia di posizioni fra Sel, Rifondazione, centri sociali e simili.

Ma Fusaro è marxista?

Fusaro è sicuramente coraggioso: non esita a definirsi “marxista”, un termine obliato nel discorso comune e stigmatizzato dalla stampa borghese. Tuttavia, come vedremo, alterna osservazioni proprie del marxismo più intelligente a posizioni che davvero con la storia del marxismo (il marxismo, il leninismo, il trotskismo) non c’entrano nulla. Proprio perciò, è un avversario rischioso: giacchè, a un lessico radicalmente altisonante, corrispondono le più vetuste, dannose e inutili posizioni riformiste.

Ovviamente, l’errore fusariano è strategico e, come spesso accade, nasce dal trascurare certe lezioni storiche, dimenticare – volontariamente o involontariamente – alcuni principi cardine del marxismo. Fusaro è dunque un “allievo di Marx”, come si autoproclama? No, e spiegheremo il perché dividendo i suoi errori in categorie.

L’errore originario di un filosofo marxista senza marxismo

Dopo avere conosciuto bene il filosofo in questione, in particolare le sue opere, ma anche il suo retroterra culturale ed averci anche collaborato (reputo infatti Fusaro un intellettuale seriamente rispettabile, e pure difendibile molte volte), è apparso l’errore originario di Diego Fusaro, ovvero ciò che lo distacca in modo ineccepibile dal marxismo e lo rende insomma inefficace e sterile. Un errore impensabile per chi si dichiara marxista, ma così evidente da ingannare l’osservatore che, ritenendo quella concezione scontata, non si accorge di quale sia il valore della sua omissione.

Ossia: il marxista Diego Fusaro non riconosce come soggetto rivoluzionario il proletariato, inteso come la classe sociale sfruttata. Seppure pare si batta in sua difesa, combattendo a parole un capitalismo spietato proprio con gli oppressi, seppure contesti costantemente la classe dominante (che, tuttavia, secondo lui non è la borghesia…) , non usa una parola dei suoi tanti post di Facebook per affermare che le speranze redentrici dell’umanità stanno nel proletariato, che il soggetto della rivoluzione anticapitalista è il proletariato, che la sua filosofia vuole portare al potere il proletariato. L’unico video (fra le centinaia in cui appare) in cui sfiora la constatazione – tanto elementare per un marxista – è uno in cui teorizza la necessità di un’alleanza rivoluzionaria fra umanità pensante e umanità sofferente, quasi come se la seconda fosse mezzo della prima e non la prima fosse a servizio della seconda.

Ma come mai tale dimenticanza? Semplicemente, Fusaro non la pensa così, in barba al caro vecchio Marx, ormai ridotto a spirito da evocare nel momento del bisogno di legittimazione.

Il giovane preferisce richiamarsi a Preve, il suo padre formatore, secondo cui «La classe salariata, operaia e proletaria non è e non sarà mai una classe strategicamente rivoluzionaria».

Capiamo dunque tutta la discrepanza con la filosofia di Marx, Engels e Lenin.

Una discrepanza sottolineata pure dal fatto che, nonostante si richiami insistentemente alla “filosofia della prassi”, come ravvisa giustamente Raffaele Alberto Ventura su minimaetmoralia.it, “Tutto questo, tuttavia, senza mai definire chiaramente le caratteristiche del suo progetto politico radicale”, a parte un richiamo alla fondazione di un Fronte nazionale italiano fortemente ammiccante a Le Pen e soci.

E infatti, l’affermazione conseguente del Nostro è tale: “oggi la rivoluzione passa dagli stati nazionali, non dalla classe internazionale”.

Dall’internazionalismo proletario alla geopolitica borghese

Ecco qui che Fusaro rigetta quello che è storicamente il motto dei comunisti: “proletari di tutto il mondo, unitevi!”. Ciò che fa il torinese è passare molto semplicemente dall’internazionalismo del proletariato – che non può considerare in quanto non ritiene la classe lavoratrice soggetto rivoluzionario – alla geopolitica borghese, giungendo a difendere – sempre “criticamente” – i governi borghesi ed autoritari di tutto il mondo, i quali apparentemente rappresentino un’alternativa all’imperialismo occidentale.

Quindi, nel migliore dei casi, quello di Fusaro è un ricorso ad una visione geopolitica borghese tipica dei rossobruni di Millennium e degna del miglior stalinista: non la sconfitta del capitalismo (con la classe a cui appartiene) , ma un capitalismo multipolare è ciò che egli auspica.

Nel migliore dei casi…: infatti, anche la visione geopolitica fusariana si rivela parecchio ristretta, visto che appoggia come avversario della NATO un Putin che fa accordi economici di qualsiasi forgia con l’Unione Europea; ma, d’altro canto, è questo ciò che accade ai pensatori quando dimenticano la centralità rivoluzionaria del soggetto oppresso: una confusione affannosa alla ricerca di caduchi riferimenti politici, che cambiano al ritmo delle stagioni.

Un intellettualismo passivo e una politica priva di mezzi

E’ così che, al contempo contestando (giustamente) la sinistra riformista italiana ed europea e cercando improbabili appigli in vari governi non completamente agganciati all’imperialismo occidentale, Fusaro si ritrova a maneggiare vane teorie, prive di un riscontro pratico reale, prive di un progetto politico conseguente.

In barba alla filosofia della prassi da lui tanto caldeggiata, si ritrova – per sua stessa ammissione – come “un socialista senza partito”: in parole povere, un intellettuale passivo, commentatore talvolta ingenuo, talvolta sagace delle vicende storiche. Per riprendere la metafora, da lui spesso utilizzata, degli intellettuali come “critica conservativa”, come osservatori dall’alto del Grand Hotel Abisso (immagine di Lukàcs), Fusaro si riduce – attraverso questi errori – a uno squallido osservatore dall’alto dell’abisso: si indigna, contesta, ma

poi si rintana nella sua camera lussuosa: è lo stesso Fusaro la “critica conservativa” evocata da Fusaro, quella che critica, ma non propone nessun progetto nobilitante.

E’ quindi un abbandono totale del marxismo, della lotta come metodo e della rivoluzione come soluzione: è una presa di posizione – ingenua (o no?) – contro la classe oppressa, che però – caro Diego – non sarà mai derubata del suo ruolo di soggetto potenzialmente rivoluzionario.

Giorgio Viganò

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