Ricordo di Ruggero Mantovani: dirigente trotskista e amico fraterno

Il 14 aprile è morto il compagno Ruggero Mantovani, storico dirigente e fondatore del Partito di Alternativa Comunista. E’ morto a soli 52 anni, dopo tre anni di dura malattia contro cui ha combattuto caparbiamente, restando un militante trotskista fino agli ultimi attimi di lucidità. Per commemorare questa importante figura del movimento operaio e comunista, pubblichiamo l’articolo di Francesco Ricci, dell’Esecutivo del Pdac, che ricorda l’importanza avuta da Ruggero nella creazione e costruzione del nostro Partito e le qualità di un compagno che è stato indispensabile in decenni di lotta per la costruzione di un partito rivoluzionario e trotskista.

ruggero

di Francesco Ricci

Cercando in queste ore delle foto di Ruggero, nell’archivio del partito, è iniziato inevitabilmente il flusso dei ricordi delle tante battaglie insieme combattute in un quarto di secolo di militanza comune e di amicizia. Mi fa piacere ricordare qui almeno alcuni momenti, ai compagni che hanno avuto la fortuna di conoscerlo, e ai compagni più giovani che hanno iniziato la militanza in quest’ultimo periodo di malattia di Ruggero e quindi lo conoscono principalmente per aver letto qualcuno dei suoi numerosi articoli e saggi sulla storia del marxismo.

 

Un oratore straordinario
Non ricordo l’anno esatto in cui ho conosciuto Ruggero, ma erano i primi anni di Rifondazione Comunista. Ruggero dirigeva la sinistra del partito a Latina e divenne rapidamente uno dei principali dirigenti di quest’area a livello nazionale.
Ricordo vari congressi nazionali di Rifondazione (quando erano ancora un evento, con centinaia di delegati e la stampa) in cui, coordinando organizzativamente l’area, mi dovevo occupare di stilare la lista degli interventi della sinistra del partito che erano stati concordati con la presidenza del congresso in un numero limitato (perché non disturbassimo e perché rimanesse lo spazio sufficiente per le conclusioni da tre ore di Bertinotti). Nel comporre la lista un nome fisso – per tutti indiscusso – era sempre quello di Ruggero: perché con la sua oratoria straordinaria (uno dei migliori oratori che ho conosciuto) sapeva anche nei pochi minuti concessi richiamare l’attenzione di tutta la platea. In un’occasione persino Bertinotti – che, con la nota arroganza, durante i congressi e le riunioni ascoltava distrattamente, sfogliando i giornali – alzò lo sguardo perché Ruggero lo stava attaccando politicamente e, scuotendo la testa contrariato, tuttavia ammise con alcuni di noi che sedevano in presidenza: “comunque è un grande oratore”.

 

Dirigente nella battaglia di frazione nell’Amr Progetto Comunista
Dopo anni di vicissitudini che non è possibile riassumere qui, nel gennaio 2003 una parte della sinistra di Rifondazione costituì l’Associazione marxista-rivoluzionaria Progetto Comunista: di fatto una frazione pubblica di Rifondazione, con propri organismi dirigenti e una propria stampa. Era lo strumento per raccogliere le migliori energie militanti di quel partito e preparare la necessaria costruzione di un altro partito, su basi rivoluzionarie.
Ruggero era chiaramente della partita, come membro del direttivo nazionale di Progetto Comunista di cui a un certo punto assunse la presidenza delle riunioni: proprio nei mesi in cui iniziava una intensa battaglia di frazione interna.
La divergenza in Progetto Comunista era sul tipo di organizzazione da costruire nell’immediato e, di conseguenza, su come sarebbe stato il partito che avremmo strutturato una volta usciti da Rifondazione che, dopo una prima esperienza di governo, si stava preparando al secondo ingresso in un governo imperialista, con Ferrero ministro.
Da una parte c’era la frazione guidata da Ferrando (figura pubblica di Progetto Comunista), dall’altra la nostra frazione (a dirigerla, con me e Ruggero c’erano Fabiana Stefanoni, Alberto Madoglio e altri compagni). Ferrando e Grisolia proponevano una struttura lassa, non centralizzata, federalista, priva di un quadro dirigente reale e in cui spiccasse così la figura di Ferrando come leader-guru. Noi, con Ruggero e la maggioranza dei quadri dirigenti (e tutti i giovani) ritenevamo indispensabile strutturare da subito un embrione di partito di tipo bolscevico: quindi fondato su un programma chiaro, basato sui militanti, teso alla formazione di quadri operai, di giovani, di un gruppo dirigente vero, privo di guru.
Ricordo le interminabili riunioni del direttivo nazionale di Progetto Comunista, a Roma, Ruggero che alternava il ruolo di presidente della riunione e quello di relatore e i suoi interventi erano sempre tra i più efficaci, in grado di demolire le tesi avversarie, basati su una logica implacabile e sull’uso costante di riferimenti alla storia del movimento operaio. In quel dibattito, ovviamente, i testi più citati erano quelli di Lenin contro il menscevismo e in quelle settimane Ruggero girava sempre con in tasca una copia di 
Un passo avanti e due indietro, da cui traeva citazioni appropriate contro la frazione ferrandiana. Fu grazie a questa battaglia che conquistammo la maggioranza assoluta nel direttivo di Progetto Comunista e la maggioranza dei membri della sinistra del partito nel Comitato Politico di Rifondazione: mettendo Ferrando in minoranza.
Tutto questo precipitò poi nella scissione di Progetto Comunista che si consumò in un albergo di Rimini, nel gennaio 2006.
Anche in questo passaggio il ruolo di Ruggero fu essenziale. Con la frazione maggioritaria di Progetto Comunista (che a sua volta dirigeva una sinistra interna a Rifondazione di alcune migliaia di attivisti) dovevamo, nel giro di poche settimane, fare tre scissioni: rompere definitivamente con l’ala ferrandiana di Progetto Comunista; uscire da Rifondazione; e rompere con il Crqi, cioè il coordinamento internazionale di cui Progetto Comunista era parte insieme al Po argentino e a qualche altro gruppo. Il Crqi aveva da poco fatto il proprio primo congresso a Buenos Aires (congresso che poi sarebbe rimasto unico, e il Crqi è ormai un fantasma, privo di organismi persino di pubblicazioni proprie).
Come dicevo, in questo passaggio il ruolo di Ruggero fu insostituibile. Mentre la polemica politica divampava nei tre ambiti (Progetto Comunista, Crqi, Rifondazione) ci trovammo sommersi da una campagna di calunnie diffamatorie orchestrata dalla frazione di Ferrando, che avendo perso la maggioranza di Progetto Comunista (di cui pure era portavoce nazionale), preferì sostituire al confronto politico il vecchio metodo della calunnia. Così bisognava organizzare il congresso di Progetto Comunista di Rimini, di fatto tra due frazioni i cui dirigenti non si rivolgevano la parola. Diversi di noi faticavano a mantenere la necessaria calma. Ma non Ruggero. Ricordo le riunioni della nostra frazione, in cui lui era sempre il più rapido nel trovare la mossa politica più appropriata in ogni circostanza.
E ricordo anche delle lunghe conversazioni telefoniche la sera tardi, in cui ci consultavamo su singoli passaggi da organizzare il giorno dopo. Spesso sentivo in sottofondo, al telefono, un rumore di stoviglie e padelle sfrigolanti: Ruggero si stava preparando una spaghettata notturna, da accompagnare con un bicchiere (o due) di vino. E mentre io facevo fuoco e fiamme per l’indignazione contro la più recente calunnia della frazione avversaria, lui si occupava del fuoco del fornello e scherzava sulla situazione e alla fine della conversazione ci trovavamo non solo ad aver definito la contromossa ma anche a ridere entrambi della pochezza dei nostri avversari e, come notava Ruggero, della grossolana ignoranza del marxismo. Ruggero, che studiava con metodo i classici del marxismo in ogni momento disponibile, nutriva infatti un profondo disprezzo per dirigenti che millantavano una cultura di cui erano privi, che citavano testi che non avevano letto.

 

La nascita del Pdac e l’importanza della formazione di nuovi quadri
Fatte le tre scissioni nel giro di poche settimane, ci trovammo a dirigere il processo che in pochi mesi, dalla primavera del 2006 al gennaio 2007, doveva portarci a fondare il Pdac aderendo contemporaneamente alla Lit-Quarta Internazionale.
Nonostante alcuni gravi problemi familiari, Ruggero fu tra i principali dirigenti anche in tutta questa fase in cui dovevamo affrontare situazioni nuove per molti di noi. Delle tre scissioni che si susseguirono, a breve distanza una dall’altra, delle varie sinistre di Rifondazione, la nostra era quella meno visibile mediaticamente: perché non disponevamo né di deputati eletti (come era il caso dell’ala che poi darà vita a Sinistra Critica), né di deputati mancati (come era il caso del gruppo che poi con Ferrando fonderà il Pcl). Eppure, come mi faceva notare Ruggero negli ultimi tempi, ora Sinistra Critica non esiste più e il Pcl passa di crisi in crisi, non solo per le basi sbagliate su cui ha cercato di costruirsi (e che noi avevamo criticato fin dalla battaglia di frazione in Progetto Comunista) ma anche a causa del suo non far parte di un’organizzazione internazionale. Pensare di costruire un partito in un Paese solo è non meno trotskista che credere al “socialismo in un Paese solo”, commentava Ruggero.
Tornando al Pdac: nella divisione del lavoro nella direzione del partito, Ruggero assunse da subito la responsabilità della formazione dei militanti. Era il suo ruolo naturale perché aveva conoscenze molto grandi e sapeva divulgare senza banalizzare.
Fu lui a ideare la nostra rivista teorica, Trotskismo Oggi, come strumento per formare al marxismo operai e giovani. Fu lui a dirigere tutti i “seminari” annuali che il Pdac organizza ogni anno agli inizi di settembre a Rimini, cui partecipano compagni e compagne da tutta Italia insieme a compagni di altre sezioni della Lit-Quarta Internazionale. Fu lui a pensarli come momenti al contempo di apertura a nuovi contatti e di formazione teorica dei militanti. Finché la malattia glielo ha consentito è stato tra i principali relatori a ognuno di questi seminari e soprattutto per anni a lui è stato affidato l’intervento di chiusura, essendo il migliore oratore tra noi.
Tutti coloro che hanno partecipato a queste assemblee ricordano le sue conclusioni: poteva parlare anche più di un’ora, a braccio, toccando tutti i registri dell’oratoria, non solo riuscendo a tenere in pugno l’attenzione di tutti, ma trascinando la platea, iniettandole forza. Tanto che quando alla fine cantavamo l’Internazionale, a chiusura dei due giorni di assemblea, molti compagni avevano gli occhi lucidi ma tutti uscivano dalla sala con e una combattività moltiplicata.
Era questa una delle grandi capacità di Ruggero: saper trasmettere entusiasmo, passione per la lotta. Non ricordo di averlo mai visto esitante di fronte a una nuova difficoltà. Al contrario: quando c’era qualche problema, qualche situazione difficile da affrontare nella costruzione del partito, qualche dirigente che, come accade con regolarità da sempre, cerca una via di fuga opportunista, cede alle pressioni fortissime che questa società esercita su ognuno di noi, era sempre l’intervento di Ruggero a rincuorarci tutti: la citazione di un classico, accompagnata magari da una battuta che alleggeriva il clima.
Non so come ma riusciva a fare tutto questo anche nell’ultimo periodo, nonostante i dolori atroci per la malattia.
La questione della formazione, come dicevo, era per lui centrale. Con le sue relazioni in questi anni, in seminari nazionali e locali, con i suoi saggi di approfondimento del marxismo, con gli articoli che ha scritto a decine per il nostro giornale, per il sito web del Pdac e che spesso sono stati tradotti in altre lingue per il sito della Lit-Quarta Internazionale, con tutto questo lavoro generoso e straordinario Ruggero ha contribuito a formare tanti compagni. E, come sa chi lo ha conosciuto, non faceva mai pesare la sua grande preparazione teorica, non metteva mai a disagio i compagni meno preparati, più giovani. Al contrario: la conclusione di ogni seminario o riunione era sempre il momento in cui si formavano capannelli attorno a Ruggero che alternava battute, aneddoti, talvolta anche imitazioni di qualche nostro avversario. Si rideva fino alle lacrime, per poi tornare seri ad occuparsi delle successive battaglie.

 

Un avvocato atipico, sempre in mezzo agli operai
Ruggero faceva l’avvocato, impegnato in cause del lavoro. Ma era quanto di più lontano ci sia dalla media degli avvocati (anche di sinistra), era lontano anni luce da quell’ambiente piccolo-borghese che spesso corrompe anche rivoluzionari o presunti tali.
Ci raccontava una volta di come in tribunale, un giudice nuovo che non lo conosceva, lo avesse scambiato per l’imputato, a causa del suo abbigliamento, la coda di capelli, l’orecchino. E Ruggero imitava questo giudice che si rivolgeva all’imputato che, in giacca e cravatta, pareva l’avvocato.
Lui, che con le sue doti oratorie e le sue capacità, avrebbe potuto come tanti fare una carriera, aveva scelto di mettere le sue competenze professionali al servizio della classe operaia. Così anche quando svolgeva la sua professione, continuava in realtà la militanza politica, lavorando con onorari bassissimi, spesso gratuitamente.
Ho qui davanti le foto di grandi assemblee operaie a Latina, di cortei con centinaia di lavoratori, e Ruggero alla testa del corteo che parla nel microfono. Fu anni fa fondatore e anima del comitato di lotta degli operai della Good Year; ed è stato sempre lui a fondare e dirigere il Comitato dei lavoratori contro l’amianto.

 

Lottando fino all’ultimo
Riguardo ancora le foto: ci sono decine di altri momenti con Ruggero. Infiniti cortei nazionali a Roma: in genere Ruggero guidava il nostro spezzone, lanciando gli slogan, improvvisando comizi.
Innumerevoli assemblee, seminari, scuole di formazione.
Nel maggio dell’anno scorso, già gravemente malato, volle partecipare al IV Congresso nazionale del Pdac. A causa della sua malattia, che lo costringeva a lunghi periodi in ospedale, da tempo non poteva seguire costantemente il nostro dibattito. Eppure non solo si orientò subito ma, come sempre, fece alcuni interventi che orientarono tutta la discussione e l’elaborazione del partito. Nei giorni precedenti, pur dilaniato dal dolore, aveva meticolosamente preparato gli appunti per il congresso.
Non posso dimenticare come ascoltava con attenzione gli interventi dei compagni più giovani, e come sorrideva soddisfatto nel vedere nuovi compagni impegnati nella costruzione di quel partito che tanto gli deve e che Ruggero poneva sempre al centro di ogni battaglia. Non perché il partito sia un fine in sé: ma perché senza partito rivoluzionario, trotskista, internazionalista, non è possibile fare la rivoluzione. Quella rivoluzione socialista a cui Ruggero ha dedicato anche gli ultimi giorni della sua vita, continuando a studiare Lenin e Trotsky, dettando alla sua compagna (perché nelle ultime settimane aveva difficoltà nel muovere la mano) quello straordinario saggio su Gramsci che abbiamo pubblicato solo pochi giorni fa sul nostro sito; mentre già preparava altri saggi, per aiutare nuovi compagni a formarsi.

 La lotta continua

La nostra battaglia continua, senza più l’aiuto di Ruggero e quindi con più difficoltà, ma continua con nuovi compagni giovani che Ruggero ha contribuito a formare non solo dal punto di vista della teoria ma anche della pratica, della capacità di essere combattenti per il socialismo, di non lasciarsi corrompere dalle vuote lusinghe di questa società. Ruggero ha saputo fare tutto questo senza mai perdere la voglia di fare dell’ironia e dell’autoironia, di bere un buon vino con i compagni alla fine di giornate pesanti di congressi o seminari, scherzando e sdrammatizzando ogni situazione, facendoci vedere un lato divertente anche nei momenti più tesi.

Al suo funerale, come hanno riferito molte testate giornalistiche, hanno partecipato centinaia di compagni e compagne, attivisti sindacali, militanti politici e soprattutto tanti operai.
Nella bara, come da sua richiesta, è stata messa la bandiera di Alternativa Comunista, sezione italiana della Lit-Quarta Internazionale. E una copia di un libro di Trotsky a cui era particolarmente affezionato:
La loro morale e la nostra, il libro in cui il grande rivoluzionario russo difende, contro la dittatura della borghesia e la morale ipocrita di questa società, la dittatura del proletariato e la morale rivoluzionaria. Quella morale rivoluzionaria che ha ispirato tutta la vita di Ruggero, dirigente trotskista, amico fraterno.

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