Morire: un verbo, non un sostantivo

Nel 2011 ha avuto inizio la crisi siriana che, pian piano, si è trasformata in una vera e propria guerra che si fa sempre più intensa. Centinaia di persone vengono uccise; sono proprio le persone, i civili, l’obiettivo di questo conflitto che sembra non possa giungere al termine. Urge un processo di pace, poiché un accordo appare una completa utopia non sapendo neppure a chi farlo firmare. Nel frattempo, gente innocente continua a morire sotto lo sguardo disinteressato dell’intero mondo.

Morire: un verbo, non un sostantivo. 13010149_240325269688498_257884076_o

I giorni passano uno dopo l’altro, ogni giorno è simile al precedente. Dopo lunghi preamboli e crucci ho dipinto la mia miserevole situazione, in maniera tanto naturale. Perchè mai non dovrebbe esserlo poi? Solenne culla di arte e cultura, terra dalle mille storie, privata della propria libertà. Non vi è nulla di più straziante che vivere in questo luogo dalle mille sfumature e colori, lontano dagli occhi dell’intero mondo, dove vivere equivale a morire ogni giorno. Abisso nero e profondo, luogo dal quale tutti non vedono l’ora di scappare. Intorno a me il vuoto, al mio fianco un cane. Cammina lentamente, è esausto, come me, come il mio popolo che non ce la fa più.

Siamo protagonisti di uno spettacolo raccapriccciante, lo scenario non è altro che un deserto vuoto, pieno di cadaveri. Ma cosa vale un uomo una volta deturpato della vita? A chi importa? Giace lì, nella sua pozza di sangue e passa del tutto inosservato allo sguardo dell’intero mondo, un mondo che combatte per i propri interessi, qui, in questa culla della morte. E le vittime di questo conflitto d’interessi siamo noi, io e i miei fratelli, i nostri genitori e i nostri nonni, stanchi, stanchi di vivere una vita che non merita di essere vissuta in tali condizioni. La morte è lì, costante, veglia su di noi. Ed ecco che, un giorno, l’intero mondo tace per un minuto, o forse più. Silenzio assordante.

Centotrenta, Parigi. Un numero ed un Paese. Un numero per il quale migliaia di persone provano pena e compassione, un numero di fronte al quale l’intera Europa si indigna. Un Paese che, per la seconda volta, è vittima delle gesta di gente che ha perso il senno, animata dalla “fede”, una fede infetta, che si insedia nella tua mente, come un virus, e se ne prende gioco. Un gioco insano per il quale si è pronti a perdere tutto, e lo si fa, senza pensarci due volte. In questi casi, il tempo per pensare non basta, non ne hai la possibilità. Bisogna seguire la prassi, uccidere il maggior numero di persone possibile, senza preavviso, senza timore. Nulla da perdere, se non la vita. In quei momenti non si prova più nulla, si diventa macchine della morte.

Uno scoppio infrange quel silenzio assordante. Bisogna vendicare quelle centotrenta vittime innocenti, innocenti come me, come il mio popolo, come la Siria. La carneficina diventa sempre più intricata, si espande come una metastasi all’ultimo stadio. Vivo nel terrore, la mia vita è appesa ad un filo, sottile, sul punto di spezzarsi. Mi sento in trappola. L’obiettivo degli scoppi siamo noi, gente senza colpa o colpevole di essere nata in una terra dove la lingua parlata è quella dei fucili, dei bombardamenti e dei tagliagola. Noi siamo l’obiettivo, non il danno collaterale, di una guerra di cui non vogliamo sapere nulla.

Mi chiedo per quale motivo nessuno taccia per il mio popolo, per quale motivo il mondo non taccia per un minuto. La mia mente è un ingorgo di domande mal riposte e di risposte non convinte. Un attimo di quiete, una quiete terrificante, ma pur sempre quiete. Un gruppo di bambini gioca con un vecchio pallone, quasi sgonfio, va buttato, ma i bambini non ci fanno caso. Sembrano felici.

Una donna allatta il suo piccolo. Fonte di vita e speranza, così sereno, è attaccato al seno della madre. Si nutre, non solo del latte materno, ma anche dell’amore e del timore di quest’ultima. Lei porta un velo scuro, come il suo abito, che le fa da cornice; ella è un connubio perfetto di emozioni e sentimenti. E’ giovane, ma i suoi occhi sono anziani. E’ stanca della vita, ma lotterà fino all’ultimo respiro affinchè il piccolo che allatta possa vivere in un paese in cui la lingua parlata non è quella dei tagliagola.

Il cuore ha cominciato a tremarmi in petto, lo sento forte. Sta per succedere l’irreparabile, l’imminente arrivo di un evento che scioglierà per sempre quella quiete così graziosa. Un fischio, quasi un ultrasuono, accompagnato dalle urla strazianti dei bambini che cercano disperatamente il volto delle loro madri. Ma quelle madri non possono nulla, moriranno portandosi dietro un macigno immenso: la morte dei loro piccoli. La morte. Una parola tanto ricorrente. Ormai è morta anche la mia Siria, io vivo tra le macerie e tra sguardi vuoti.        “Vivo” è una parola molto azzardata, ma mi piace pensare che sia così, che in un futuro possa essere così. Un futuro che forse mai riuscirò a vedere.

Ed ecco lo schianto, mai visto prima, mai visto ad una distanza così ravvicinata. Una distanza troppo breve. Il mio corpo viene catapultato via e perdo i sensi. Non voglio svegliarmi, anzi no. Vorrei aprire gli occhi ed avere difficoltà nel distinguere ciò che mi circonda. Allora li strizzerei, come si fa quando ci si sveglia, cercando di mettere a fuoco l’ambiente circostante. Ecco, ci sono. Vedo l’acqua, la sabbia, qualche barca e al mio fianco un cane che salta e scodinzola. E’ felice, e lo sono anch’io. Allora inizio a correre, una corsa libera. Il cane mi segue e mi supera, ad un tratto si ferma presso qualcosa che giace per terra. Lo raggiungo in fretta e quel che vedo mi lascia senza fiato. Un piccolo corpo, giunto sulle coste turche dalla mia terra; ha cercato di superare un mare nero, un abisso, per giungere nella terra dei sogni. Ma non ce l’ha fatta. Non ha conosciuto quel giorno che tanto avrebbe desiderato vivere, ma forse lui conoscerà la compassione dell’intero mondo.

Sento qualcosa di umido leccarmi il volto, mi sveglio. E’ ancora lui, il cane. Ma in questo incubo, cioè realtà, è sdraiato al mio fianco e non si muove. Neanch’io lo faccio, non ci riesco. L’esplosione mi ha quasi tolto la vita, ma non ci è riuscita. Lo scenario intorno a me era completamente cambiato.

Sangue. Ovunque. Cadaveri irriconoscibili. Io ed un cane, il miglior amico dell’uomo. Lo guardo fisso negli occhi, languidi di lacrime, sinceri come quelli di nessuno. Soffre e non sa perchè. Cerca di dare una spiegazione a questa punizione che incombe su di lui fin dal giorno della sua nascita, che non gli ha dato tregua. Tira un ultimo sospiro e chiude gli occhi. Spero trovi la sua pace, lontano dalla pozza di sangue che ci circonda.

Un altro bombardamento, sì, per esseri sicuri di aver dato il colpo di grazia. Anche un solo sopravvissuto, un bambino, un anziano, o un cane dagli occhi languidi, sul punto di morte, potrebbe rivelarsi un pericolo per chi vive nel terrore. Ed eccola lì la morte, stavolta è venuta per me. Ha deciso di portarmi via, una volta per tutte. Non ho ancora ricevuto quelle risposte che tanto, durante la mia breve vita, ho desiderato. Ma ormai non hanno alcuna importanza.

Adesso posso vedere questa culla dall’alto, un tempo bella ed affascinante, adesso cumulo di macerie e morte. E’ vuota. A riempire l’aria ci pensano i bombardamenti.

Continuo a pensare che la mia Siria è e rimarrà una culla di morte, credo che questa guerra non troverà una fine, non ci sarà mai un reale tentativo di pace. Non potrà mai esserci se a pagare le conseguenze di questi insani conflitti d’interesse saranno vittime innocenti, che amano la vita e farebbero di tutto pur di viverla, ma non possono. Essa viene loro strappata con atroce brutalità. Alcuni sono degni dell’attenzione, della compassione, della pena e della rabbia del mondo. Sentimenti leciti, ammirabili, ma io no. Non ho più alcuna dignità per trovarmi al centro dell’attenzione di un mondo incredulo. Ciò che accade qui è normalità.

Le lacrime mi rigano il volto. Morire, un verbo, non un sostantivo. Un azione che implica un soggetto, che muore come me, tra le macerie, lontano da tutti.

di Irene Pisku

 

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