Arte & Rivoluzione

IL RULLO COMPRESSORE E IL VIOLINO

Tarkovskij, ultimo grande artista della tradizione russa

di Giovanni Bitetto

Le tematiche  trattate da Andrej Tarkovskij nei suoi film sono sempre state per lo più esistenzialiste o focalizzate sul rapporto artista-società. Nel suo primo mediometraggio Il rullo compressore e il violino, presentato come saggio finale nella prestigiosa VGIK(Università Statale Russa di Cinematografia), troviamo i primi abbozzi dei temi che faranno grande il regista e tuttavia possiamo anche rintracciare riflessioni sulla situazione russa degli anni 60’ e sulla classe operaia. Il titolo ci da già un esempio indicativo dell’estro del regista: la storia tratta dell’amicizia fra un giovane scolaro violinista e un operaio conducente di un nastro asfaltatore. Tarkovskij orchestra il bislacco intreccio dei due personaggi con una sapienza tecnica che non disdegna inquadrature atipiche (vedi la sequenza caleidoscopica) tanto care agli avanguardisti russi del primo Novecento e disegna il fluire della narrazione con dosi di poesia che fanno rientrare a pieno diritto quest’opera nel novero delle favole moderne. Il racconto inizia in medias res: il ragazzino viene preso in giro dai bulletti del quartiere perché è “solo buono a suonare il violino”, a salvarlo con poche semplici ed energiche parole è proprio l’operaio; da questo primo incontro scaturisce un’amicizia strana fra due figure tanto dissimili ma accomunate dallo stesso amore per la genuinità e la schiettezza. Da una parte vi è il bambino violinista isolato dai compagni metafora dello stesso Tarkovskij il cui estro artistico era soffocato nelle maglie del regime stalinista e da una nuova classe media tanto ipocrita e becera quanto quella occidentale ( emblematica la scena in cui il giovane mentre suona il violino viene additato come pieno di “troppa immaginazione”) ; dall’altra abbiamo la figura dell’operaio presentato non come eroe o campione di una qualche fantomatica e idealista coscienza di classe, che spesso nella rappresentazione della classe lavoratrice pare più come uno Spirito Santo sceso dal soviet per illuminare gli eletti, bensì con la semplicità di chi fatica per guadagnarsi un tozzo di pane senza però perdere il buon umore. Le poche e asciutte frasi che indirizza nei confronti del ragazzino durante l’opera lo elevano al grado di figura educatrice, un’educazione di vita e della strada che il bambino fatica a trovare nei freddi ambienti istituzionali, e a tal proposito è bene ricordare la scena in cui il piccolo indispettito getta un pezzo di pane a terra e l’operaio lo redarguisce chiedendogli cosa avrebbe fatto se a cadere a terra fosse stato il suo violino (è chiaro il simbolismo del regista: il pane è il frutto del lavoro manuale dell’operaio mentre il violino è lo strumento per il lavoro intellettuale della sua controparte, lavoro intellettuale e manuale che si ritrovano allegoricamente mano nella mano.)  A far da cornice alle battute scarne e pregne di significato dei due dialoganti una città anonima che riflette nel grigiore della facciate dei palazzoni tutta l’austerità di un regime ormai vicino al suo trapasso.  L’epilogo della novella, tuttavia, non è idilliaco: torna prepotentemente in scena il divario fra le due classi che nella diffidenza del padrone non potranno mai essere amiche. Il bambino  piuttosto che andare all’appuntamento prestabilito con il bizzarro compagno deve rimanere chiuso in casa per giocare con una bambina del suo stesso rango sociale, mentre il lavoratore si ritrova svogliatamente al cinema con una massaia che gli fa la corte. I ricchi devono stare con i ricchi e i poveri sono costretti a perpetuare la loro razza sottomessa,questo è quello che fa intendere la società odierna. Vi è un retrogusto agrodolce nella leggerezza di Tarkovskij che in soli quarantatre minuti riesce a dar vita a un episodio fra sogno e realtà con la maestria del poeta e la malinconia di chi ha visto il potere propulsivo di una Rivoluzione sfaldarsi di fronte all’egoismo degli uomini. Un’opera prima assolutamente da approfondire.

 

La grande abbuffata  (1973)…ovvero la perversione del consumo

Regia: Marco Ferreri

Recensione di Giovanni Bitetto

Marco Ferreri è sempre stato un regista scomodo, difficilmente collocabile nel panorama del cinema italiano, sia per la crudezza delle immagini che per la particolarità dei temi  trattati. Il corpus delle sue opere pone grande attenzione su un’approfondita analisi sociologica dell’uomo nell’era dei consumi  attraverso una serie di intrecci marcatamente grotteschi. “La grande abbuffata”, film che meglio rappresenta la  volontà satirica del regista nei confronti della società consumistica, si pone in aperta polemica con l’ambiente istituzionale anche solo per il fatto di uscire nel  73’, negli anni di maggior splendore della commedia all’italiana; se a ciò si aggiunge la scabrosità delle immagini portate in scena si capisce immediatamente perché sia questo film sia gran parte della produzione del Ferreri non viene amata dai critici e ingiustamente passata sotto silenzio ai giorni nostri. Il film riprendendo echi bunueliani e pasoliniani (infatti l’accostamento al “fascino discreto della borghesia” e “Salò o le centoventi giornate di Sodoma”  è presto fatto) tratta la vicenda di quattro uomini più che benestanti che decidono di rinchiudersi in una villa e suicidarsi mangiando ininterrottamente. Nel crescendo di follia all’interno della dimora verranno coinvolte tre prostitute, chiamate per partecipare a festini orgiastici, e soprattutto Andrea, giovane e innocente maestra elementare che si scoprirà  essere altrettanto  sadica e golosa quanto i quattro protagonisti.  Il film si muove fra le perfette geometrie con cui viene orchestrato l’intento suicida, l’eleganza e raffinatezza nei modi dei protagonisti e la becera trasformazione che essi hanno man mano che i loro istinti primitivi vengono a galla. Ferreri crea un effetto dissonante regalandoci  momenti in cui le note del piano riempiono lo schermo e i quattro conversano amabilmente e  non risparmiandoci la crudezza del vomito e del sesso più violento, l’ostentata opulenza  del cibo sempre presente in ogni momento della giornata, la bassezza dei bisogni fisiologici, fino ad arrivare alla morte messa in scena con sprezzante insignificanza. La scelta dei protagonisti non è casuale, essi incarnano il paradigma delle aspirazioni borghesi e le relative ipocrisie associate: Marcello (Mastroianni) pilota d’aerei  appassionato d’auto e dongiovanni incallito che poco prima della morte vede sfumare il suo potere sessuale e solo per la paura di non poter più veder affermato il suo status di maschio alpha tenta di scappare; Michel produttore televisivo che dal patinato mondo dello spettacolo finisce vittima di un’imbarazzante forma di aerofagia e muore ignobilmente ricoperto dei suoi stessi bisogni; Ugo (Tognazzi spesso alter-ego dello stesso Ferreri nei suoi film) chef di prim’ordine che spira ucciso dalla sua ultima, imperiosa creazione culinaria; e infine Philippe tanto brillante e autoritario nelle aule di tribunale quanto alienato nella sfera privata (intrattiene infatti una relazione con la sua vecchia governante e permette ai suoi compari di compiere atti sessuali con la promessa sposa Andrea) che muore, in solitudine, su una triste panchina mangiando un dolce pur sapendo di essere diabetico; senza dimenticare la figura di Andrea che attratta dal modus vivendi dell’alta borghesia  si presta agli atti più perversi pur di uscire dalla sua modesta condizione sociale.  La maestria di Ferreri sta nel trasporre sul piano del significato un significante crudo ed esplicito:  nella società capitalistica per sottrarsi all’omologazione e alla noia di una condizione esistenziale costretta nello schematismo produttivo si tendono a sperimentare le sensazioni più articolate ed estreme; ma questa  maschera sovraccarica di orpelli cade irrimediabilmente, e ci si riscopre per quello in cui, al di là del bene e del male, la società dei consumi ci ha trasformato: bestie alla ricerca di saturare un eterno desiderio insoddisfatto.

12/02/2013

Sacco e Vanzetti (1971)

Regia: Giuliano Montaldo

 

Recensione di Mauro Pomo 

Film storico, ritratto puntuale di uno dei profili più brutti dell’America anni ’20, racconta il processo per omicidio degli italiani Sacco e Vanzetti.

In breve. Nicola Sacco (pugliese) e Bartolomeo Vanzetti (piemontese) emigrano negli USA in cerca di quel lavoro e benessere non trovati in Italia. La permanenza delude le aspettative; essi, anarchici, messi in difficoltà non solo dai pregiudizi razziali ma anche dalle leggi Palmer contro ogni tipo di gruppo sovversivo, vengono processati e condannati con l’accusa di rapina a mano armata e omicidio.

La pellicola offre spunti di riflessione riguardanti i gravi problemi della società statunitense di inizio secolo, affermati prepotentemente anche in Italia a partire dal dopoguerra.

La politica

Gli USA amano definirsi il Paese democratico per eccellenza ed in effetti, considerando democratico un paese in cui il potere è gestito esclusivamente dalla più ricca borghesia, gli Stati Uniti sono una delle nazioni che meglio rispetta quest’ordine d’idee, ed è inevitabile che le leggi siano finalizzate al sostentamento del sistema. In particolare il ministro Palmer, in nome della pubblica sicurezza, reprime la formazione di gruppi anarchici, comunisti ecc.. È bastato che i due protagonisti venissero scoperti con una pistola (in una nazione in cui le armi sono alla portata dei bambini) per essere coinvolti in un omicidio di cui erano totalmente estranei. La conoscenza di alternative popolari all’oppressivo sistema capitalista deve essere evitata; oggi, però, le tecniche sono decisamente migliorate, è più difficile trovare leggi che colpiscono direttamente le proposte rivoluzionarie, si preferisce affidare l’ostacolo per le istanze operaie a strumenti burocratici come le direzioni sindacali o a leggi anti-democratiche per la farsa delle elezioni.

La giustizia

Freschi di sceneggiato Rai sul caso Tortora (salvato dalla condanna definitiva da un ancora nobile, per quanto non condivisibile, Partito Radicale) si nota come nel film di Montaldo spicca all’attenzione dello spettatore un’incisiva nota a sottolineare come troppo spesso l’arroganza e l’orgoglio della classe giuridica vieta un verdetto esatto e giusto. A nulla sono bastate le testimonianze e i dati oggettivi per provare l’innocenza degli italiani, il responso era già deciso: bisognava dare una seria dimostrazione di autorità, abusandone, distruggendo ogni forma di dignità umana, non solo nei confronti di imputati e familiari ma anche nei confronti di chi ha emesso la sentenza per adempiere all’ingrato compito di sottostare alle indicazioni di un potere corrotto.

Il razzismo 

“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o addirittura, attività criminali”. Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912.

Per chi credesse esagerata la denuncia fatta in merito nel film (in cui, per presunta deficienza mentale, non veniva dato nessun credito alle parole dei testimoni co-emigrati), ecco uno squarcio di un trattato ufficiale. Italiani e altri popoli, che in precedenza subirono tale sorte, hanno però, una memoria troppo corta per rendersi conto di essere ridicoli nel credere al mito delle razze e nell’utilizzare pensieri e parole di tal genere nei confronti di fratelli stranieri o (come si dice per distinguerli dagli abitanti appartenenti alla “bella comunità”) extra-comunitari, epiteti, ovviamente, mai utilizzati per indicare i “ricchi” capitalisti nordamericani.

Il film in streaming

02/01/2013

FRAMMENTI DI VITA POST-INDUSTRIALE

di Giovanni Bitetto

fabbrica

La mamma mi guarda dal suo lato del letto, occhi semiaperti su un volto cinereo. Il sole  entra a stilettate dalle persiane crivellando il lenzuolo azzurrognolo di pozzanghere luminose. La mamma mi guarda, un occhio chiuso e l’altro contratto, pupille assenti, verde palustre nelle iridi. I capelli bronzei come una cascata a coprirgli le guance, una mano abbandonata accanto al seno,plastificata e inerte nel suo candore da regina delle nevi.  La mamma freme nel vuoto lasciato dalla mia domanda, e guarda, guarda me che guardo lei e non riesco a specchiarmi nel suo silenzio. Dietro di me la manica del grembiule si allunga fra le unghie rosicchiate di  Sara. Un fremito nell’ombra assente accanto alla mamma.                                                  – No tesoro, oggi la mamma non si sente bene, non vi accompagna a scuola.

-Matteo  allora sei proprio deciso ad ascoltare la domanda da un mili…

– Quindi secondo lei la situazione finanziaria non può che migliorare in questo 201…

– La famosa attrice ci ricasca ancora, stavolta è stata avvistata con lo scultoreo ballerin…                                                                        – Jack devo confessarti il segreto che mi ha tormentato per tutti questi anno: Jason è….

– Amici telespettatori torneremo con voi dopo i consigli per gli acquisti!                                                                                         Franco spegne la tv. Maria si accoccola vicino a lui sul divano, insinuando la testa fra il braccio e il torace; sente il ruvido tessuto della tuta da lavoro pizzicargli la guancia, ma sopporta di buon grado la sensazione.

– AHH E’ proprio vero che fanno solo merda in tv!                                                                                                                                -Amore io avrei una proposta interessante per passare la serata…

Rivedere le vecchie foto. Dicono che i ricordi s’ingialliscano, la carta prenda la stessa consistenza della sabbia e i colori sbiadiscano in un’esangue perdita di coscienza. Dagherrotipi come larve vuote e secche quando la farfalla ha già spiccato il volo. Non è così. Quegli sguardi fanno ancora male come proiettili; c’è solo da registrarne la potenza, sotto strati di polvere. Non c’è tempo per annegare nelle pozze interiori, non c’è tempo per assaggiare di nuovo la terra dei campi di battaglia, nella mente, contro il cuore, contro la propria stessa anima. Un po’ di pace, un po’ di pace raggiunta dopo duro lavoro, sudore che bagna quel pezzetto di tranquillità; eppure chissà come, chissà perché la sopravvivenza ha avuto la meglio. Sara entra con l’ennesimo scatolone fra le braccia.                                                                                                                                                  –Sbrigati, l’agente immobiliare sarà qui fra poco, non possiamo fargli trovare tutto questo casino.

-Papà! Papà! La maestra dice che domani dobbiamo parlare del lavoro dei nostri genitori. Papà tu cosa fai?                                                                                                                                                                                                                   Io sulle sue ginocchia, la sua tuta blu, ruvida, sporca, sembra un astronauta.

– Io figliolo sono un mago! Io manipolo l’acciaio!

Ride. La sua barba biondiccia. Lancia sguardi d’intesa alla mamma. Sgrano gli occhi, mio padre manipola l’acciaio, come i supereroi dei cartoni.

–Manipoli l’acciaio! E come fai?

-Con dei grossi macchinari, insieme ai miei compagni di lavoro!

Con i suoi compagni. Una squadra. Una squadra di supereroi.

–Papà un giorno posso venire a vedere come fai?

La sua mano fra i miei capelli, calore e vigore nel suo tocco.

– Un giorno figliolo, un giorno! Per ora è troppo pericoloso, un giorno ti farò vedere la mia magia!

La mia gratitudine riflessa in un sorriso. Papà mi prende in braccio e mi fa roteare per tutta la stanza.

-… mi duole veramente avervi dato questa notizia, per un medico comunicare la propria impotenza ai familiari di un paziente è sempre straziante… la verità è che questa storia va avanti da anni, vostra madre dopo ciò che è successo si è lasciata andare, è come se la sua volontà di vivere si fosse spezzata… noi abbiamo fatto tutto il possibile, ma non riusciamo a capire a cosa portino i sintomi… la scienza ha ancora molta strada da fare… io personalmente sono contrariato dal fatto che…

Dietro la poltrona imbottita del dottore una serie di attestati, documenti, lauree campeggiano sulla parete, rendendo ancora più severo  e inappellabile il verdetto formulato con quelle asettiche parole, corollato da un’imperturbabile sguardo color acciaio, come la montatura degli occhiali che gli permette di essere così penetrante. Ascolto solo a tratti le parole del dottore, giro impercettibilmente il capo verso Sara, scontrandomi con il suo profilo tremolante e assorto.

Papà siede sulle scale, sembra preoccupato, io lo guardo sporgendomi dal bracciolo del divano, batte il piede tenendo un ritmo troppo frenetico e scoordinato per essere quello di canzone. Mamma è in bagno,silenzio irreale nella casa, guardo  incuriosito. Il rumore metallico della maniglia del bagno che si apre, un gran fracasso, papà dice sempre che riparerà quella dannata porta cigolante ma non ha mai tempo, lavora troppo, mamma vorrebbe chiamare qualcuno e papà immancabilmente ribatte che non ci sono i soldi. Ma stavolta questo scambio di battute non avviene, mamma si avvicina a papà che intanto si è alzato di scatto.                                                                                                                                                                                             –Allora?

-Positivo. Come faremo?                                                                                                                                                                                                              –Non importa amore, questa è una bellissima notizia: non roviniamola con questi pensieri. Un modo si trova, vorrà dire che farò gli straordinari.

Mamma e papà si abbracciano, un’unica entità con otto membra.  Scendono precipitosamente le scale e puntano verso di me che non smettevo di fissarli, i volti illuminati dalla gioia. E’ la prima volta che sento parlare di Sara.

La mamma è andata a preparare la cena, volto stanco, scavato all’improvviso.  Sara è con lei, neanche una parola durante il tragitto di ritorno.  Nelle orecchie risuonano ancora le parole  di quelle persone, che prima d’allora avevo solo visto ridere sedute al tavolo di casa nostra. E ora  sussurrano accorate: è il cerimoniale. Non ho visto niente io, solo piedi in scarpe scure, piedi immobili nel loro lucido esoscheletro di cuoio, inerti come bacarozzi capovolti, così contrastanti con il verde florido del prato. Lo stesso verde florido che mi fa male scrutare seduto sull’altalena,le mani strette attorno alle catene, lame fredde che tagliano i palmi. E gli scarafaggi m’hanno seguito sin qui, eccoli scuri e lucenti anche ai miei piedi, non metterò mai più queste scarpe. Lo giuro, lo spero.

-Mio padre è un mago! Controlla gli elementi, controlla il metallo!

La maestra mi guarda indulgente, sorride divertita, io al centro dell’aula assaporo il trionfo.

–Lui è un supereroe , la sua casacca è blu e assieme alla sua squadra manipolano l’acciaio.

I miei compagni si protendono sui banchi, gli occhi sgranati dalle mie affermazioni.                                                                               –Un giorno mi porterà con lui, quando sarò più grande anche io potrò guardare le sue magie!                                                  Catalizzo l’attenzione, catalizzo l’attenzione parlando di mio padre.

I passi sul vialetto interrompono i nostri giochi. Io e Sara ci affacciamo  alla porta per mirare l’ingresso. Mamma apre, l’ombra di Renzo, amico e collega di papà si staglia sullo stipite.  Non accenna ad entrare nonostante gli inviti della mamma. Nella penombra sembra scintillare una lacrima, come una perla fra i suoi baffi a manubrio.  Il viso di mamma sembra sorpreso, riusciamo a guardalo per tre quarti mentre ripone tutta l’attenzione nell’ascoltare le parole di Renzo. Il suo tono è spezzato, sembra quello di un vecchio,non si addice alla sua giovane età e alla corporatura fisica. Sara appoggia il mento sulla mia spalla, si protende per ascoltare meglio. Riusciamo a cogliere solo qualche parola di quel frinire.                                                                                –Un incidente… l’ultimo turno.. la stanchezza… nulla da fare… sul colpo…                                                                                                                                              Mentre nella nostra mente fatica a formarsi un pensiero, l’urlo. L’urlo agghiacciante della mamma. E poi più niente. Il grigio. Il grigio risuona sulla nostra pelle.

Un cortile deserto. Un cane mangia solitario vicino alla cuccia, la catena lo tiene ben saldo. Una bicicletta arancio attaccata ad un palo, anche qui una catena, il mondo in catene. Una signora stende i panni, comunque non sembrano molto puliti. Le stesse immagini ogni giorno, tutti i giorni, da troppo tempo a piedi questa strada. Mamma non ci accompagna più. Sara mi stringe la mano più forte che può. Passiamo vicino a un adulto, in braccio un neonato. Adesso me la stritola. La guardo e non rimango colpito, piange, lo fa spesso, lo faccio anche io. Lei ancora una volta pronuncia quelle parole,  come se fossero stampate nella carne.                                                                                                                                                                                                              – Papà tornerà? Rivoglio papà, rivoglio papà.

24/06/2012

HUNGER: UN PUGNO ALLO STOMACO FIRMATO STEVE MCQUEEN      

di Giovanni Bitetto 

Steve Mcqueen è un regista inglese affacciatosi da qualche anno sulla scena cinematografica europea dopo un trascorso da fotografo e scultore. Hunger, il suo primo film premiato nel 2008 a Cannes come miglior opera prima, viene distribuito nelle sale italiane proprio in questi giorni dopo il buon riscontro ottenuto con il film Shame.  Benché questa sia la prima opera sulla lunga distanza, il regista ci dimostra d’aver chiara la visione di quello che vuole raccontare. Il film in questione racconta la triste storia di Bobby Sands, attivista politico e patriota nordirlandese appartenente al gruppo paramilitare separatista Provisional IRA (Irish Republic Army), che per dedizione alla causa e per protesta verso i soprusi perpetrati in carcere dalle forze repressive inglesi si lascia morire di fame in uno dei gesti politici di maggior risonanza degli anni 70’. La storia del conflitto nordirlandese, che vede le sue radici in una faida di tipo religioso fra i protestanti e i cattolici ghettizzati dai primi (riflesso in realtà delle politiche coloniali della borghesia inglese ai danni dell’Irlanda), ha il suo culmine nel 1976. Mentre la violenza continuava nelle strade dell’Irlanda del Nord, il governo britannico prese una decisione destinata a produrre i suoi effetti, infatti abolì lo status di “prigioniero politico” fino ad allora concesso ai detenuti paramilitari; oltre a ciò  venne anche costruita una nuova parte del carcere di Long Kesh in cui avrebbero scontato la pena i paramilitari condannati dal 1976 in avanti: i famigerati Blocchi H. I Blocchi H erano edifici di cemento armato a un piano costruiti a forma di H in cui la barra centrale della H ospitava i bagni e le stanze dell’amministrazione mentre i quattro bracci contenevano ognuno 25 celle (a Long Kesh i Blocchi H erano otto). L’IRA decise di contrastare violentemente questa strategia e, mentre all’esterno del carcere conduceva una campagna di omicidi contro il personale carcerario, all’interno del carcere i detenuti repubblicani si rifiutavano di indossare l’uniforme carceraria (alcuni la indossavano solo per recarsi a ricevere le visite mentre i più intransigenti rimasero anni senza vedere i propri familiari pur di non indossare la divisa) e rimanevano nudi in cella con addosso solamente una coperta (da qui il nome blanket protest). Dopo due anni in cui la protesta non aveva suscitato alcun effetto i detenuti, anche in risposta alla brutalità di molti secondini che picchiavano i detenuti quando andavano in bagno, decisero di non lavarsi e di spargere i propri escrementi sui muri delle celle (dirty protest) che dopo poco tempo erano ridotte in uno stato allucinante con solo dei materassi sporchi per terra e i muri ricoperti di escrementi (in molti casi erano anche infestate dagli scarafaggi). Nonostante gli appelli di molti politici cattolici e soprattutto dell’arcivescovo primate d’Irlanda,che, dopo una visita al carcere usò toni molto duri contro il governo britannico, il primo ministro Margaret Tatcher rimase inamovibile. A questo punto i detenuti decisero di intraprendere uno sciopero della fame: sette di loro digiunarono per 53 giorni prima di sospendere lo sciopero, avendo ricevuto vaghe assicurazioni sulle loro richieste, quando uno di loro, Sean McKenna, era ormai in fin di vita. Dopo poche settimane fu chiaro che non sarebbe cambiato nulla e i detenuti diedero il via ad un secondo sciopero della fame. Questa volta i partecipanti avrebbero cominciato il digiuno a intervalli regolari e in caso di morte di uno di essi un altro detenuto avrebbe preso il suo posto. Il primo a digiunare fu Bobby Sands, comandante dei detenuti IRA, che morì il 5 maggio 1981 dopo 66 giorni di digiuno, durante i quali era anche stato eletto al parlamento di  Westmister. Tra il 5 maggio e il 20 agosto furono dieci i detenuti a morire mentre all’esterno del carcere la provincia registrava uno dei periodi più sanguinosi della sua storia. Anche se in un primo momento sembrò che i repubblicani fossero usciti sconfitti dallo scontro con il governo, gli scioperi della fame fecero sì che all’interno del movimento repubblicano assumesse sempre più importanza il braccio politico. Gran parte dei repubblicani irlandesi e dei simpatizzanti dell’IRA guardarono a Sands e agli altri nove come a dei martiri che resistettero all’intransigenza del governo britannico e molti nazionalisti irlandesi che disapprovavano l’IRA furono scandalizzati dalla posizione del governo britannico. La copertura mediatica che circondò la morte di Bobby produsse un nuovo flusso di attività dell’IRA, che ottenne molti nuovi membri e incrementò la sua capacità di raccogliere finanziamenti. Molte persone si sentirono spinte ad aiutare a spezzare la connessione britannica aiutando l’IRA, non vedendo altre opzioni dato l’atteggiamento intransigente dei politici britannici nei confronti dell’Irlanda. Nell’opera cinematografica la vicenda è narrata mettendo in luce tutta l’efferatezza delle crudeltà ai danni dei detenuti, i dialoghi ridotti all’osso riescono nel duplice intento di evidenziare con quanta abnegazione i detenuti portino avanti le proprie proteste ma soprattutto la freddezza con cui le guardie carcerarie svolgono impassibili le proprie sporche mansioni, i silenzi vengono spezzati dal sinistro sbattere delle porte nelle celle, dal sordo impattare dei manganelli e dai lamenti delle vittime costrette a sottostare a tali angherie. La potenza dell’immagine si fa ancor più presente quando lo schermo è eclissato dal corpo martoriato e ridotto allo stremo di Bobby Sands (interpretato magistralmente da Michael Fassbender che sembra aver stretto un proficuo sodalizio con Mcqueen) , le membra spolpate dall’inedia e lo sguardo vacuo ma risoluto sono un grande messaggio di fede nei propri ideali e di spirito di sacrificio per la causa, che sembra lontana ma non impossibile da raggiungere.

08/06/2012

Versi per il comunismo

di Riccardo Stefano D’Ercole

conto uno due tre passi;

conto dodici persone.

Guardo: cieli privi di distorsione,

Guardo: solo sassi.

E, stanchi, e vuoti e poveri

Noi di precarie vite accorti,

l’un l’altro protesi e storti,

a sparger sangue nostro e nostri cadaveri.

Dandosi la mano dodici pastorelle,

con le mani bianche e le beate asce,

fecer la festa allo sporco padrone.

Si ripresero i buoi, e le terre e le stelle,

femmine a lavorare  i pani sulle cosce,

da succubi bruti schiavi divennero persone.

Poi

Allattare

Coi

Bianchi

Seni

La

Bramata

Uguaglianza.

Le ho viste.

Ridevano.

L’uomo chinato spira,

alla terra la sua schiena.

L’uomo assiso stira,

la banconota alla sua schiera.

Uno va dove deve andare,

porta anche il  figlio a lavorare.

L’altro va dove gli pare,

il figlio gioca sulle scale

(della casa padronale)

.

È normale:

è normale il diseguale.

Natura vuole che noi uomini

Avessimo simmetrico il viso.

E tutto per analogia

benigna volontà a ricreare.

Come l’acqua da porgere al viso,

immondo ai nostri occhi il sopruso,

avrebbe dovuto essere,

forma con il benestare in disuso.

Rettifico:

amo sopraffare, sono uomo del mio tempo, si deve fare.

Ma sono democratico, bello e funzionale.

Come me saranno i miei nipoti:

vi tengo tutti in pugno, miserabili idioti.

Volsi il mio sguardo al meriggio

E fu già sera.

23/05/2012

IL FASCINO DISCRETO DELLA BORGHESIA (1972)

Il Film (Youtube)

Bunuel fra incanto surrealista ed elegante ironia

di Giovanni Bitetto

Nella filmografia di Luis Bunuel, Il fascino discreto della borghesia è un film atipico: il regista, che fino ad allora aveva abituato il suo pubblico alla più spregiudicata sperimentazione surrealista ( non è difficile considerare Bunuel come il massimo esponente di tale avanguardia in campo cinematografico), nel 1972 presenta questa commedia intrisa di humour ed elegante ironia dalla trama tanto semplice quanto  metaforicamente carica di simbolismo. Un gruppo di esponenti dell’alta borghesia parigina dai modi affettati  tentano di organizzare una cena che per un motivo o per un altro non va mai in porto. Il regista ci presenta  un catalogo di personaggi che declinano in modo parodistico, quasi grottesco, le varie sfumature dello stereotipo borghese:  si va dalla giovane coppia intenta a preoccuparsi più delle proprie performance fra le lenzuola che del mondo che la circonda, fino a i più maturi marito e moglie che assieme a un brillante diplomatico di una fantomatica  “repubblica delle banane” sudamericana formano il più classico dei triangoli amorosi, passando per la ragazzina svampita che non vede aldilà dell’ennesimo  bicchiere di champagne.  Il mondo in cui si muovono questi personaggi è animato da gesti futili, quali la giusta preparazione di un drink, o ignobili, come il traffico di stupefacenti  (attività, quest’ultima, che nel sogno finale del diplomatico li porterà ad essere arrestati in modo da celebrare una sorta di catarsi per lo spettatore ai danni di una casta che spadroneggia per l’intero film). A sorreggere l’affresco di ipocrisie dei suddetti vi è una molteplicità di forze che gravitano attorno ai padroni e che da sempre sono stati strumento di repressione per coloro che detengo il potere; Bunuel in particolare non risparmia stoccate alla Chiesa, rappresentata da un  servile e omertoso porporato  che addirittura si offre spontaneamente per il lavoro di giardiniere nella casa padronale, all’esercito, i cui soldati sono invitati come commensali, e infine alla polizia sempre pronta ad eseguire gli ordini senza accertarsi dei fatti. Il tutto condito con massicce dosi di graffiante sarcasmo e immancabili rimandi all’arte surrealista esplicitati nei frequenti sogni che occupano gran parte della narrazione. Bunuel in questo film prende in prestito l’irrealtà della sua arte per dimostrarci l’irrazionalità della condizione odierna in cui una classe decadente, volta solo alla perpetuazione di se medesima e atrofizzata in ipocrisie dai connotati rituali, domina una popolazione ben più meritevole attraverso una serie di apparati corrotti. Le tinte pastello con cui il regista ci racconta questa triste favola moderna pian piano scolorano nella lente deformante dei gesti ripetuti e dei dialoghi pieni di nauseante conformismo e quel che ne rimane è il grottesco retrogusto d’aver assistito a una variopinta sfilata di sgargianti maschere plastificate. Il messaggio dell’autore è chiaro: dietro quelle maschere vi è il marciume della società. Che non sia arrivato davvero il momento di combatterlo?

04/05/2012

“Le mani sulla città” (1963) di Francesco Rosi

Il Film (Youtube)

Se c’è un film che meglio d’altri ritrae la situazione politica in una democrazia “malata”, questo è “Le mani sulla città”. Francesco Rosi (regia, soggetto e sceneggiatura) denuncia lo stato di corruzione dei partiti, svela la dipendenza tra forze politiche e alta borghesia strizzando un occhio anche sulla questione ambientale.

A Napoli l’imprenditore Nottola (un brillante Rod Steiger) promette alla popolazione più disagiata un miglioramento della condizione di vita, conseguenza della costruzione, da parte della sua ditta, di palazzi moderni con tutte le comodità possibili, celando l’esorbitante guadagno che entrerebbe nelle sue tasche (si parla del 5000% d’interesse). Il nostro strozzino è senza scrupoli, indolente al danno ecologico provocato dalla cementificazione di una vasta area verde e soprattutto a morti e feriti causati dal crollo di un muro di una “casa inutile”, frutto della mancanza dei dovuti controlli da parte dell’impresa edile. L’avvenimento è moralmente inaccettabile, ma i politici non possono frenare Nottola: egli porta ai partiti di destra e centro (alleati) una grande quantità di voti e anche quando un suo “collega di bandiera” lo esorta a non presentarsi alle comunali egli rifiuta indicando come unica soluzione per continuare i suoi affari l’investitura ad assessore all’edilizia. Gli unici a mostrarsi concretamente contro l’impresario sono De Vita (portavoce della sinistra) e un piccolo gruppo di appartenenti al centro.

Sta la grandezza di Rosi non solo nella tecnica delle riprese (dall’alto col sottofondo di Piccioni, in alcune scene) ma soprattutto nell’universalizzare la sua denuncia: Napoli viene nominata solo una volta e il riferimento alla camorra non è mai esplicito. “I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari, autentica è invece la realtà sociale ed ambientale che li produce”: la frase finale è esplicativa (evidenziata nel film “I cento passi” nella scena del cineforum tenuto da Peppino Impastato), indicando come la situazione narrata è una realtà presente nella società e che avvenimenti di tali spregiudicatezza non devono tanto stupire in un sistema come quello capitalista. Dal momento in cui viene accettata e conservata questa forma democratica (“dittatura della borghesia”, perdonatemi la licenza) c’è e ci sarà una politica finalizzata ai propri interessi. Nello specifico, 50 anni dopo la realizzazione del film, la speculazione edilizia è imperante tra i politici italiani di qualsiasi livello, partendo dalla costruzione di autostrade e “ponti fantasma” passando per le pale eoliche della finta green economy (vedi Vendola in Puglia) e per i vari palazzinari di turno, spacconi nelle proprie città, sicuri che le grosse spalle sono coperti da sindaci e assessori.

Mauro Pomo

12/04/2012

CULTURA E CLASSE OPERAIA NEL TARDOCAPITALISMO

Il dibattito intorno ai concetti di “cultura” e “sapere” sono stati per molti decenni al centro dei più aspri e accaniti dibattiti da parte degli intellettuali marxisti rivoluzionari. In che modo considerare il problema della cultura alla luce delle novità apportate dal materialismo storico e dalla concezione dualistica di struttura-sovrastruttura? Un problema che non è stato più approfondito da venti anni a questa parte e che quindi mi sento in dovere di recuperare seppure con una visione alquanto differente rispetto alle ultime voci intervenute in merito a questo.


Il paleocapitalismo e la critica della cultura
Cosa era la cultura nel capitalismo “classico” (e con questa accezione mi riferisco al capitalismo da Marx alla prima metà del Novecento). La cultura è sempre stata considerata dai marxisti giustamente non come un’astrazione, qualcosa di mitologico e imparziale, bensì come un’espressione di certi rapporti di forza e di produzione, dunque come un “prodotto” sociale. La cultura non esisteva come qualcosa di per se, ma esisteva come cultura della borghesia, alla quale alcuni marxisti stupidamente volgari contrapponevano una sottospecie di cultura del proletariato, che di fatto era un misto di perbenismo e mitologia popolare e populistica, dunque caratterizzata da un alquanto mediocre umanitarismo piccolo-borghese ( la linea culturale del Pci sotto l’egemonia togliattiana del realismo socialista come analizza bene Alberto Asor Rosa nel suo Scrittori e popolo). Dunque come scrive ancora Asor Rosa nell’introduzione al già citato libro, “tra cultura e classe operaia, tertium non datur”, la cultura è borghese per definizione, perché gli intellettuali per definizione non sono che membri di una classe al comando. La cultura del capitalismo classico consiste dunque in una trasmissione valoriale volta alla riproduzione dell’ordine esistente con l’apporto mediatore degli intellettuali, asserviti sebbene con volti differenti, allo stesso potere di classe. Stante così la situazione, il lavoro rivoluzionario doveva consistere non nell’affermazione di un’ideologia contro un’altra ideologia, di valori ad altri valori, bensì la demistificazione dei valori trasmessi dalla cultura borghese, ovvero la critica culturale si trasformava in critica della cultura come strumento di asservimento nelle mani della classe dominante. La proposta degli intellettuali rivoluzionari doveva essere per forza di cose “distruttiva”. La cultura, anche quella nominalmente progressista, rappresentava un’illusione agli occhi delle masse e andava distrutta per liberare le autentiche energie rivoluzionarie. Ma chi sono stati dunque in quel periodo gli autori autenticamente rivoluzionari? Asor Rosa cita Musil, Kafka, Joyce a livello europeo, e Montale, Pirandello, Gozzano e Svevo come italiani: intellettuali cioè che non hanno riposto un senso alla cultura, non l’hanno considerata come uno strumento di trasmissione valoriale, ma l’hanno criticata aspramente sia dal punto di vista formale che contenutistico, con un misto di ironia e irriverenza, demistificandola, denigrandola e decostruendola. Il gruppo 63 si proponeva esattamente questo nell’Italia degli anni Sessanta ma la critica rivoluzionaria del linguaggio nel postmoderno si è andata trasformando in tecnica del linguaggio al servizio delle logiche di mercato (come dimostra la Pop Art), la critica all’umanismo si è trasformato nella pura analisi della tecnica, del saper fare. Ma partiamo dall’analizzare in termini sociali questa svolta.

Mutazione antropologica e modernità liquida
Il capitalismo nella sua struttura di accumulazione e sopraffazione è rimasto tale da quando scrive Marx a oggi, ma a livello di sovrastruttura, cultura e ideologie è mutato profondamente. La mutazione antropologica di pasoliniana memoria, insieme agli studi di Adorno, offrono il primo contributo a capire il postmoderno, capirlo per poterlo combattere con efficacia. Il capitalismo non aveva più bisogno di qualcosa in termini di valori che potesse giustificarlo, il capitalismo aveva raggiunto un punto tale di accumulazione delle merci e del benessere da non avere più bisogno di cultura e morale. Ecco il postmoderno e la società dello spettacolo. Tutto diventa merce, merce da consumare. Un prodotto è tale solo in quanto merce. Il valore di scambio trionfa in modo definitivo sul valore d’uso. In questo modo la stessa cultura, la cultura del postmoderno, non è più cultura intesa in senso stretto come trasmissione di valori di una determinata civiltà, come tradizione intellettuale, bensì è diventata parvenza di cultura, immagine, merce nuda e scarna senza nessun contenuto reazionario all’interno. La reazione è la stessa confezione, la stessa immagine di merce, il messaggio è il medium stesso. La cultura mercificata si presenta direttamente al fruitore come un qualunque prodotto in vendita sul mercato e non ha più bisogno dei gruppi intellettuali, come mediatori, né di una critica come interprete. Non c’è nulla da interpretare se non gli incassi della stagione. La stessa critica, quando esiste ancora, non è più un mezzo di comprensione del prodotto culturale, ma un’opportunità di cui il consumatore fruisce con l’intento di decidere quale film andare a vedere (consumare), quale libro andare ad acquistare (consumare), quale cd musicale comprare (consumare). In questo modo al cittadino medio di una volta, riempito di valori reazionari e conservatori funzionali a “quel” capitalismo, si contrappone il cittadino di oggi (consumatore), assolutamente svuotato di ogni contenuto e fondamentalmente ignorante. Asor Rosa nella prefazione del 1980 del suo già citato saggio, rendendosi conto di questa trasformazione ripudia le precedenti visioni ma scrive che in ogni caso continua a preferire l’ignorante di oggi al conservatore di ieri. Almeno gli ignoranti di oggi possono imparare qualcosa, mentre per l’uomo di una volta, imparare qualcosa che non fosse conforme ai valori dominanti era assolutamente più difficile. L’affermazione è forse un po’ troppo semplicistica e non mi sento di condividerla del tutto ma resta il fatto che bisogna rendersi conto di questo mutamento per poter rielaborare il lavoro del militante rivoluzionario all’interno di questa nuova concezione mercificata di cultura.

Cultura umanistica come cultura rivoluzionaria.


Ecco il mio abbozzo di proposta. Dopo le suddette argomentazioni penso che oggigiorno il concetto di “cultura” si sia in qualche modo rovesciato in modo esattamente opposto a quello che rappresentava mezzo secolo fa. Non esiste più una cultura borghese in quanto non esistono più valori dominanti ma tutto si è appiattito sulla sfera del mercato. A questo punto la cultura, la tradizione umanistica, è diventata di per se rivoluzionaria quanto un tempo era assolutamente reazionaria. La cultura umanistica, preservando la tradizione e dunque il senso della storia e la memoria del passato, è diventata nemica rivoluzionaria della “liquidità” postmoderna, del consumo “immediato” e “istantaneo”. La nostra lotta dunque, sul piano della sovrastruttura, non sarà più contro la cultura, ma contro la tecnica mercatale che la distrugge, a favore di saperi liberi, liberi dalle logiche del tardocapitalismo. Solo la cultura umanistica può restituirci la nozione di “progresso”, nozione che sta al centro dell’idea stessa di “rivoluzione”. Dunque aveva proprio ragione Pierpaolo Pasolini quando difendeva il latino nelle scuole contro le mire “rivoluzionarie” di sedicenti comunisti antitradizionalisti. Quella critica della cultura non fu capace di rendersi autonoma dal nuovo potere, il potere dei consumi e dei produttori di merce, un potere che ha strumentalizzato questa critica trasformandola in statu quo che garantisce la riproduzione del sistema di dominio del mercato. In ultima istanza il militante rivoluzionario dell’arte e della cultura, dovrà difendere l’umanesimo non in modo dogmatico e astratto come un insensato ritorno al passato, bensì come base per poter sperimentare una rifondazione della cultura in senso rivoluzionario, e dovrà, ugualmente importante, demistificare l’impalcatura spettacolare e mercificata della cultura contemporanea.

Adriano Lotito

01/04/2012

LA CLASSE OPERAIA VA ALL’INFERNO, IL CINEMA DI PETRI IN PARADISO.

 “Lavoratori buongiorno, la direzione aziendale vi augura buon lavoro. Nel vostro interesse trattate la macchina che vi è stata affidata con amore”

IL FILM (Youtube)

È con questo messaggio di orwelliana memoria che gli operai de La classe operaia va in paradiso vengono accolti nella fabbrica in cui lavorano, fra di loro c’è anche Ludovico Massa, detto Lulù, infaticabile lavoratore il cui unico pensiero è produrre il più possibile per veder aumentato il salario grazie al cottimo. Il capolavoro di Elio Petri, secondo atto nella “ trilogia della nevrosi”, dipinge in modo impeccabile la situazione del lavoratore alienato costretto in fabbrica a sacrificarsi per mantenere i ritmi insostenibili pretesi dal padrone. Petri, tuttavia, combinando una satira corrosiva e una perizia tecnica tipica del suo cinema, sempre attento al lato estetico e non solo al messaggio, riesce a palesare una situazione realistica scevra dagli idealismi di gran parte degli ambienti sinistroidi. Lulù, verace lavoratore milanese interpretato magistralmente dal sempre ottimo Gian Maria Volonté il cui sodalizio col regista  gli porterà molta fortuna, viene presentato come uno stolido proletario che pensa a portare il pane a casa, perché ha due famiglie da mantenere, fregandosene dei suoi compagni di lavoro, dell’emancipazione della classe operaia; in questo caso la cultura reazionaria del popolo è rappresentata appieno come nelle migliori analisi del primo Asor Rosa. Solo quando Lulù perderà un dito, verrà toccato materialmente dal disagio, in lui nascerà la consapevolezza e la voglia di rivendicare i proprio diritti, non in nome di un fantomatico bene comune, ma nella speranza di avere un reale e immediato cambiamento dello stato di cose. Attorno all’universo operaio degli anni 70’ si agitano altre figure delle quali la maestria di Petri mette in luce i difetti:  il sindacato e il movimentismo studentesco. Il primo tiene buona la classe operaia concentrando le rivendicazioni sui cosiddetti “ammortizzatori sociali” ( in questo caso il cottimo) e intanto spartendosi la torta con i padroni; il reintegro di Lulù in fabbrica è una vittoria di Pirro, un simulacro con cui farsi scudo dalle critiche di immobilismo, dato che nella realtà dei fatti la condizione del lavoratore non migliora anzi peggiora, costretto stavolta alla catena di montaggio.  Il secondo invece, benché porti avanti la lotta di classe e dica le cose come sono realmente, pecca di disorganizzazione e lascia solo il protagonista proprio nel momento di massimo bisogno con la pretesa d’avergli mostrato la giusta via da seguire. A completare la rosa dei personaggi emblematici abbiamo il veterano Militina, vecchio operaio finito in manicomio, esempio parossistico della nevrosi del lavoro e eterno fantasma che simboleggia il destino di Lulù, destino che si compie proprio nel finale in cui nell’assordante incomunicabilità della catena di montaggio, il lavoratore dopo tante battaglie e una vita a spezzarsi la schiena cede, vaneggiando di un ipotetico paradiso per  la classe operaia. Pochi registi hanno saputo condensare in un lavoro ben congegnato il vero modus vivendi del proletariato e il modus operandi dei meccanismi politico-burocratici gravitanti attorno alla fabbrica.  Elio Petri  ci dona un capolavoro e una perla del cinema italiano a cui è giusto dedicare attenzione.

Giovanni Bitetto

21/03/2012

L’ipocrisia borghese, quella serie di comportamenti e modi di fare tipici della classe media, è soprattutto originata dal capitalismo che chiede ai lavoratori la scissione fra il ruolo che si ha all’interno del sistema produttivo e la reale soggettività di ognuno. Con questo racconto si è cercato di trattare in modo umoristico le titubanze, le convinzioni,le delusioni e le aspirazioni della piccola borghesia sempre più inconsapevole di essere solo una marionetta, un ingranaggio all’interno di un sistema che fagocitando il lavoratore, operaio e non, alimenta se stesso.

Rispettare le scadenze

Racconto di Giovanni Bitetto

Il Direttore Generale dell’Area Marketing si sistemò nuovamente il nodo della cravatta con le adipose dita ingioiellate: “Ricordate che l’imperativo è Rispettare Le Scadenze! Rispettare-Le-Scadenze! Questo deve essere il vostro primo pensiero quando vi svegliate la mattina, l’ultimo prima di andare a dormire nei vostri comodi letti comprati con i soldi dell’Azienda! Ricordate voi a questa Azienda dovete tutto: dai lucidi mocassini alle giacche su misura che vi hanno permesso di conquistare vostra moglie; dal cellulare ultima generazione che portate con tanto orgoglio in tasca al Suv nel parcheggio che suscita tanta ammirazione nei subordinati! L’AZIENDA è TUTTO! VI HA DATO TUTTO! Ricordatevelo e cercate di ripagare al meglio, sacrificatevi per lei! Rispettate-Le-Scadenze. Bene signori è tutto, potete andare.” E così dicendo si versò un bicchiere d’acqua dalla caraffa lì accanto in segno di riunione terminata. Le porte dello studio in mogano si aprirono e uno sciame di locuste incravattate ritornò alle proprie occupazioni nel grande alveare dell’Azienda. Il Signor D. rifletteva, come tutti nell’ascensore, sulla catechesi ricevuta poco prima dal Direttore. Quei meeting si facevano di giorno in giorno sempre più duri man mano che ci si avvicinava al lancio sul mercato del nuovo Articolo. Era giusto che la Direzione desse così tanta importanza a questa operazione, dato che dalla riuscita vendita dell’Articolo ne scaturiva un grosso guadagno, veramente esorbitante. Tuttavia il Signor D. era infastidito dal fatto di dover assistere a quelle sparate insieme a tutti gli altri, in cuor suo sapeva anche che era giusto motivare i dipendenti il quel modo, che i tempi stretti richiedevano un atteggiamento rigido da parte delle alte sfere, ma non si capacitava del perché dovesse essere chiamato ad assistere a quelle sfuriate insieme agli altri impiegati di Fascia C; lui, proprio lui, che in quindici anni di onorata carriera nell’Azienda aveva sempre prodotto al 100%, aveva fatto della frase “Rispettare Le Scadenze” il suo mantra. Mentre pensava ciò, vide il suo volto contrarsi nel riflesso della pareti in vetro dell’ascensore; il suo volto contratto stonava nel mare di glabre facce impassibili intorno a lui, il pugno chiuso della sua mano era i netto contrasto con la freddezza delle mani altrui, a riposo, pronte a scattare sui tasti del computer non appena la testa a cui erano collegate sarebbe ritornata nel proprio ufficio. Si accorse di questa incongruenza e portò la sua mimica facciale al livello di asettica serenità che si confaceva in quell’ambiente. Meglio non sprecare tempo ed energie preziose in pensieri controproducenti, il suo fine era Rispettare Le Scadenze e anche questa volta l’avrebbe fatto impeccabilmente. L’ascensore si fermò al diciassettesimo piano e il signor D. nella falange compatta di giacchette nere si avviò al quotidiano, meccanico, imperturbabile lavoro di contabile dell’Area Marketing. Erano le 8:30 di un freddo lunedì novembrino.

Alle 13:50 il Signor D . era soddisfatto, i pensieri cupi della mattina s’erano volatilizzati in faticose ore di lavoro nel suo cubicolo. La stanchezza e la fame si facevano sentire, ma questo non toglieva dalla bocca del Signor D. una sorta di sorriso ebete che può venire solo all’asino che sa d’aver portato bene il giogo. Rispettare Le Scadenze, aah lo stava facendo benissimo! Mentre digitava alacremente cifre sullo schermo per tutta la mattinata pensava con compiacente malignità ai suo colleghi dei bugigattoli accanto, che stava superando in bravura grazie alla sua innegabile esperienza. Ora poteva godersi il suo meritato pasto, prima di ritornare su a produrre e Rispettare Le Scadenze, Rispettare Le Scadenze e produrre fino a sera. Si sedette nel cortile interno del gigantesco grattacielo in acciaio, che fendeva come un coltello la skyline del centro città, stendendo la sua lunga ombra sulle facciate storiche delle case nel quartiere. La cima della mastodontica costruzione si perdeva nella nebbia ad alta quota, attraversare l’atrio interno del titano dava una sensazione di piccolezza e inquietudine immotivata; a volte i dipendenti pensavano che il genio dell’uomo avesse partorito qualcosa più grande di lui, ma erano pensieri sterili che presto venivano dimenticati in quelle menti tanto analitiche e vessate da problemi contingenti. Anche al Signor D. queste e altre immagini, in momenti di particolare debolezza, balzavano alla mente; ma non oggi, e soprattutto non all’ora di pranzo. Sul tavolino in plastica s’apprestò, in solitudine, a divorare l’insalatina che la cara Signora D. gli aveva preparato. E la Signora D. sapeva davvero condirle le insalatine. Erano le quattordici, poteva godersi un’altra mezz’ora di relax (un po’ troppo corta quella pausa, ma insomma, se anche il sindacato diceva che quarantacinque minuti di riposo dopo cinque ore di lavoro e prima di altre cinque ore andavano bene, beh, se lo dicevano quegli strenui combattenti dei diritti del lavoratore, allora anche il Signo D. ci credeva; in fondo lui in quanto a pretese non aveva mai chiesto nulla, gli bastavano le lettere di congratulazioni a fine anno che spediva il Direttore Generale dell’Area Marketing per conto dell’Azienda!) e la giornata sembrava andare di bene in meglio. Il Signor D. guardava l’orologio distratto mentre tamburellava con le dita dell’altra mano sul volante. Le venti, in orario per il notiziario della sera. Il semaforo verde scattò e il Signor D. fece rombare il motore di grossa cilindrata che pompava benzina nel cofano dell’auto: sentire quel ringhio aggressivo faceva andare borghesemente su di giri l’animo del Signor D.; l’uomo e la macchina, altro che cani migliori amici, gatti che fanno le fusa o altri animali che sporcano per casa, quello era il connubio perfetto! Mentre si perdeva in queste gloriose considerazioni il Signor D. svoltò il vialetto ben curato della sua casa e parcheggiò la bestia cromata di fronte al garage. Subito notò qualcosa di strano nella villetta, le luci erano spente, il giardino non illuminato pareva un buco nero fra i prati all’inglese della zona residenziale adornati da graziosi lampioni in finto ferro battuto che spandeva luce tutt’intorno, proprio nelle case accanto a quella del Signor D. La cosa pareva strana al proprietario di casa, sua moglie a quell’ora doveva essere in cucina, a meno che non fosse andata a trovare l’amata mammina (il signor D. rabbrividì al pensiero dei tratti ferini della suocera) ma in tal caso la Signora D. , così solerte e beneducata, avrebbe avvisato il suo maritino. Il Signor D. si pulì le scarpe sul canonico tappetino verde di fronte all’uscio, inserì la chiave nella toppa ed entrò nella sua dimora. “Tesoro sono a casa” rimbombò la sua voce nel salone d’ingresso, la fitta oscurità e il silenzio che ricevette come risposta fugarono ogni dubbio, la Signora D. non c’era. Egli sospirò accese l’impianto di illuminazione e si mise le pantofole. Peccato: dopo una giornata di intensa produzione, di infaticabile lavorio per Rispettare Le Scadenze avrebbe proprio voluto un bel massaggio alle spalle dalla Signora D. mentre si gustava un bicchiere di cognac di fronte al camino con un sigaro cubano fra le labbra (scenario che, anche se la Signora D. fosse stata in casa, non sarebbe stato plausibile se non altro perché la Signora D. non faceva massaggi, lui non fumava né beveva e, ultimo ma non ultimo, nella sua adorata villetta non aveva il camino.) Sedendosi sulla poltrona del salotto, cinque minuti di riposo prima di mettere in azione il cervello e cercare di capire dove diavolo fosse andata a finire la Signora D. ( o se gli avesse lasciato almeno la cena), notò un bigliettino sul ripiano della credenza. Ah ecco, ecco! Sicuramente ci saranno descritte le appetitose pietanze lasciate in forno dalla mogliettina per il maritino! In fin dei conti meglio che la Signora D. non l’avesse convinto ad andare dalla suocera, chi la voleva vedere quella vecchia megera! Alle otto e un quarto la vita del Signor D. cambiò definitivamente.

Alle undici di sera la villetta pareva apparentemente tranquilla, l’oscurità era stata ripristinata. Che il Signor D. fosse andato a dormire dopo una cena luculliana? Tutto faceva propendere per questa ipotesi, se non fosse per il fatto che il silenzio era rotto da violenti singhiozzi e improvvisi accessi di pianto. Ed eccolo il Signor D., riverso sulla poltrona dove lo avevamo lasciato ad asciugarsi il naso pieno di moccio sul bracciolo in pelle del confortevole trono, come un bambino a cui hanno tolto le caramelle. Egli ha lo sguardo fissò sul pavimento dove il bigliettino scritto dall’appuntita calligrafia della moglie recita queste poche parole: “Caro, ne ho abbastanza. Ormai è troppo tempo che tu pensi sempre all’Azienda. Non ce la faccio più! Non sei più tu! Passi più tempo in ufficio che con me… ma in fondo non mi importa, sappi che sono scappata con il giardiniere, alla faccia tua! I tuoi gioielli e le tue vacanze in resort di lusso mi fanno il baffo, non puoi comprare con i beni materiali la tua assenza. E io ormai mi sono abituata a fare a meno di te. Ho cercato di farti capire che le cose non andavano, ti ho posto degli ultimatum ma tu, come sempre, hai fatto orecchie da mercante… Già, mercante è la parola giusta, dato che sei sempre lì a vaneggiare sulle operazioni indispensabili per il lancio dell’Articolo sul mercato. Ami così tanto l’Azienda ?! sei sempre così interessato a produrre?! Produrre per arrivare a che?! Bene ti lascio alla tua vita, non venirmi a dire che sei sorpreso; io ho cercato di fartelo intuire e d’altro canto è arrivato il momento di… Rispettare Le Scadenze.”

– 9/03/2012

La battaglia di Algeri – Gillo Pontecorvo – 1966 :

http://www.youtube.com/watch?v=I_MbRzXKLpk

Il film di Pontecorvo drammatizza in 116 minuti una delle lotte anti-imperialiste piú sanguinose del XX secolo: la ribellione nel periodo dal 1954 al ’62 contro il dominio coloniale in Algeria, una delle colonie francesi piú vecchie e piú grandi.

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